PUBBLICAZIONI
HOME PAGE
TRECCE
FAVOLE ANTICHE
FAVOLE DIALETTALI
FAVOLE GRECHE
FAVOLE A SCUOLA
BIBLIOGRAFIA
EVENTI
CV
e-mail


Adalinda Gasparini

UN FARDELLO DI GRAZIA
STORIE DEL TATO E DELLA ZIA


FERNANDEL, Ravenna 2000


Capitoli 3, 4, 5
(Le paste a San Salvi)



3.

Antonio, i' Tatantònio, andai a trovarlo a San Salvi a Firenze, dove è stato fino al 1972, quando la zia Ida si è convinta a portarselo a casa, perché c'era Dario dall'immenso naso bitorzoluto che voleva aiutarla, ma lui voleva aiutarla a dimenticarsi di suo figlio, e appena la zia Ida se ne accorse in un baleno si dimenticò del suo inquilino fidanzato, che andò ad abitare in un appartamento al numero accanto, che aveva un terrazzino parallelo a quello della zia Ida, dal quale guardava la televisione a colori che prima aveva messo in casa della zia Ida, comprandola, diceva, per lei, e la zia Ida lo guardava e me lo faceva guardare, appesantito da una stanchezza morale irrimediabile, che aveva saturato i suoi pori già vecchi, ingiallito ancora di più il naso e dilatato i pori, e schiarite le macchie rosse rendeva i suoi movimenti vicini a quelli che immaginiamo facciano le cere nei musei, di notte. Visse ancora pochi anni Dario sul terrazzino dove non c'era l'immenso rigoglioso geranio rosso della zia Ida, che c'era anche ai tempi della nonna Ada, e quando sono nata io in quella casa di via Milanesi.
Ero a Firenze per una settimana a studiare storia dell'arte, Botticelli, l'immensa grandezza protettiva della sua Primavera si nutre con tentacoli magici che pescano segreti tesori dalle lontananze egizie, dai sortilegi astrologici, e che una cultura classica possente quanto quella di Atene, anche se più effimera, rende vessillo e simbolo delle speranze più alte che gli esseri umani possano raccontarsi.
Andai a San Salvi per domandare allo pissichiatra di Antonio, che era anche pissicanalista, che cosa dovevo fare per diventare psicoanalista. Lo trovai alla Tinaia tra innumerevoli manufatti di ceramica fioriti dalle infinite e bizzarre possibilità degli psicotici e dalle cure di giardinieri che vi dedicavano i medici colti in quegli anni. Penso che gli psicotici ricoverati li accontentassero, ma sapessero bene, loro, che quel tipo di cura convinta e speranzosa sarebbe finita come una delle rare visite dei parenti o degli studenti, che imitando i loro professori andavano a visitarli.
La mia storia di rane che saltano ormai spellate, e di battiti sulle braccia, e di tante altre cose contenute in casa mia, e nelle case ad essa collegate per parentela, mi portava a San Salvi per motivi che dovevano poco all'imitazione degli antipissichiatri di quegli anni illusi e fervidi. Il pissichiatra pissicanalista Mori non aveva l'aura dell'uomo di scienza, né la curiosa solennità di Freud, come è facile sentirla dalle foto con tutta quella barba e da ogni sua frase. Ma pensai che era in me il difetto, non sapevo vedere nella sua forma l'eccezionalità umana, il vigore di rivoluzionario del paese interiore che ogni psicoanalista doveva avere, mi sfuggiva, per la mia impreparazione e le mie lacune che ero ovviamente decisa a colmare, una qualsiasi traccia di singolarità. Pensai che aveva raggiunto lo stato che mi aspettavo, e che era andato oltre, lo dissimulava come un monaco orientale dissimula la sua comprensione del senso dell'universo, o come Socrate celava nel suo aspetto di Satiro la figura aurea e divina. Mi disse qualcosa, mi consigliò un po' di libri che diligentemente lessi, e poi chiesi di comprare qualcosa di quelle ceramiche, certo, mi disse alzandosi e sorridendomi, e chiamato un infermiere gentile, subentrato di recente ai nerboruti omacci che dovevano bloccare con lo strozzino i loro assistiti, mi affidò a lui, che cortesemente mi vendette la testina che avevo scelto, una piccola testa dolente e fissa ad ascoltare chissà quale voce, che si era fatta viva da qualche angolo dell'ospedale tante volte da inscenare più un rito e una consuetudine che un delirio perturbante. E' ancora qui nella mia libreria, ma è caduta tante volte che le si è scheggiato il naso, e il tempo ha sbiadito i suoi colori come era successo a Dario quando la zia Ida l'aveva mandato via, ma credo significhi qualcosa, un picchetto, più che un ricordo.
A quel tempo, dopo essermi ripresa da quando, a nove anni avevo scoperto che intorno a me c'erano tante falle rispetto alle quali gli adulti erano impotenti, e non si curavano più di nascondermele con la pietà che si riserva ai bambini, speravo di poterne sanare qualcuna, magari un pezzetto di acquitrino, bonificare qualche metro quadrato di palude, veder scomparire le stupide zanzare malariche, e al posto della melma malsana conquistare nuova terra fertile, che l'uomo può e vuole coltivare, per nutrirsi e nutrire.
La prima volta a San Salvi ci andai con la zia Ida, ma non era la prima volta che andavo in un luogo dove si raccolgono i pazzi. Ho un ricordo vago della clinica di Villa dei Pini, avrò avuto sei o sette anni, il babbo ci aveva fatto ricoverare il nonno Lino, e ricordo la salita, a Firenze queste strade in salita portano nell'aria tersa fino all'azzurro, a ville piene di grazia, solari e discrete, circondate dai cipressi, abbracciate leggermente da giardini mai troppo curati, dove ogni albero ha spazio per manifestare la sua condiscendenza verso gli uomini che in cambio gli hanno dato una così bella occasione per crescere. Ora ricordo e vedo salendo per mano alla mamma, forse eravamo andate con l'autobus, o forse il babbo ci aveva portate con la giardinetta, e Rino troppo piccino era rimasto a casa con la nonna Linda, e io e la mamma eravamo nel giardino bellissimo, dove però un'ombra io la ricordo, l'ombra della reclusione, di rumori secchi all'interno, l'oscurità dell'espressione di chi camminava per i vialetti, in via di risanamento, o calmo, perché in quegli anni in cui ancora gli psicofarmaci non avevano insegnato come abbassare facilmente il volume della follia, ci si risanava dopo mesi passati nel letto di contenzione e nella camicia di forza. Ricordo il giardino bello dove non entrava il chiarore solare di gemma delle strade in collina, io e la mamma inquieta e rassicurante su una panchina, e poi le mi indica il nonno col braccio levato, mi dice di guardare, e a una finestra lo vedo, ci fa ciao con la mano, ha la sua cicca di toscano in bocca, la mastica, è pallido e fa un sorriso, e mi pare che intravidi alle sue spalle un infermiere enorme, propizio guardando lui e noi, deferente perché si pagava tanto, io non lo sapevo, ma pronto a chiudere le braccia come una morsa sul nonno se si fosse agitato, se avesse gridato, se si fosse ribellato, come faceva in casa, al dolore infinito della morte di suo figlio, di chi suo figlio aveva ammazzato, della sua gamba squarciata quando era bambino e faceva il cameriere a Ginevra e cadde nella buca di un ascensore del grande albergo. Il nonno salutandoci prometteva che avrebbe cercato di tornare da noi, a vivere con noi e con la nonna, ma da dove tornava il nonno? e Antonio, quando non veniva a trovarci con la zia Ida, dove andava?
Cos'era San Salvi?
Uno dei posti belli di Firenze, e ora che ci fanno spettacoli, e che ci sono uffici del Comune, anche i vigili micologi ai quali si possono portare i funghi raccolti alle Cascine, vorrebbero che dagli alberi secolari e dal muro che separa dalla ferrovia, che tanti hanno scavalcato per trovare la morte, scomparissero i volti e il passo costante, che come quello di Antonio traccia mappe piene di un senso che è meglio non vedere, se si può farne a meno, vorrebbero che dai manicomi, che hanno tolto il chiarore mediterraneo da ville destinate alla gioia rinascimentale, come il manicomio criminale di Montelupo, scomparisse la loro povera vita e ci tornasse l'oro chiaro, ma piano, piano, ricordiamo ancora quale umanità pativa in questi luoghi, ricordiamo i nerboruti infermieri che l'antipsichiatria ha considerato come abietti criminali, le ganasce delle loro mani stringevano, in mancanza di pratiche sedative più garbate e pulite, un grosso laccio intorno al collo da dietro, e tiravano, finché la furia di Antonio, anche a lui l'hanno fatta, si spegneva, una furia, quella dei matti, vitale e perturbante come quella dei convolvoli che si stringono fino a soffocarsi, non potendo rinunciare a vivere, e delle rane che cercano di allontanarsi dal catino della nonna Linda. E' vero che non hanno un posto dove andare, e che non possono ricrescere le loro mani e i piedi palmati come la coda alle lucertole, ma è anche vero che non hanno nessuna convenienza a stare nel catino, e il vivente è tale perché cerca, in un modo cieco se non può farlo a occhi aperti, uno spazio per la sua vita.
Ma da Antonio la prima volta mi portò la zia Ida, permettendomi di accompagnarla in una delle sue visite settimanali, quella della domenica. Partiva da casa e scendeva dal Quattordici in piazza Duomo, e mentre i turisti guardavano come fanno ancora il campanile di Giotto o la cupola dal misterioso equilibrio, perdendosi felici tra il rosa delle pietre e il bianco e il verde nerastro dei marmi, beandosi delle miracolose fioriture e delle rigorose simmetrie nel nostro Rinascimento, la zia Ida con la sua borsetta sul braccio, vecchia, già appartenuta a un'altra donna, come erano appartenuti ad altre i suoi vestiti e tutto quello che aveva, si dirigeva decisa nel solo posto della piazza che le interessava durante quel viaggio, e "Vieni, vieni", mi diceva, e io la seguivo docile, e mi sembrava di capire tante cose, e che tutto quello che studiavo all'università mi avrebbe aiutato a bonificare qualche metro quadro della palude della vita, ma non avevo ancora scoperto le mie topologiche polle fetide, i miei animali primitivi e immondi, e soprattutto le rane che tentano di scappare senza mani palmate.
"Vieni, vieni..." mi diceva la zia Ida senza rallentare e senza voltarsi, "si va da Robiglio, che fanno le paste più buone di Firenze, e a Antonio gli garbano tanto, poerino, gliene porto quattro tutte le volte, assortite, tu vedrai come le mangia volentieri, vieni, vieni...". E mi tornavano alla mente le parole della mamma e della nonna Linda, che "...l'Ida, poveretta, si sacrificava tanto pe' qui' figliolo, poeretta, partiva da Moradei dove lavorava come stiratora, gli davano i' permesso, poeretta, con qui' figliolo, ma che c'era bisogno che scendesse dall'autobusse pe' compragli le paste da Robiglio? o che un n'era lo stesso se gliele comprava in una pasticceria vicino a San Salvi? poera Ida! tutta la vita aveva fatto così, lei pe' questo figliolo s'era sacrificata, ma era meglio se invece lo spinconiva un po' di più, anche quando l'aveva piccino era uguale, poi magari a volte s'arrabbia e gliene dice tante, ma tante..." e la mamma continuava a raccontare alla nonna, e io potevo ascoltare, ma non ero la destinataria del discorso: "Anche quand'era piccino faceva uguale, bah, guai se gli si diceva quarcosa, io e la mi mamma, poera donna...", e mentre la zia Ida era povera perché davvero aveva pochi soldi, e davvero la sfortuna l'aveva segnata, la nonna era povera perché era morta pochi anni prima, in casa nostra a Peretola.

4.

Camminavo con la zia Ida, che si rallegrava e ammiccava perché vedeva quanti sguardi ricevevo dagli uomini giovani e vecchi, per i quali guardare le donne è diventare, essere, o restare, maschi, e arrivata al banco di Robiglio, diceva: "Ormai mi conoscano, ci vengo due o anche tre volte la settimana quando posso, anche da Moradei, i' padrone gli è comprensivo, lo sa che ho questo figliolo malato, mi dice: 'vada signora, io la mando, ma alle due bisogna che torni a stirare, c'è tanto lavoro, vede, e poi, per quell'altre, un posso mica farle andare tutte via in orario di lavoro come fo con lei, ma io la capisco, un figliolo, lei ha solo qui' figliolo, vada vada pure Ida...' insomma ormai mi conoscano qui da Robiglio, c'è una commessa bellina giovane, tanto gentile, è garbata poerina, bah..." E intanto era al banco ma nessuno la guardava, io sorridevo accanto a lei, volevo che le dedicassero attenzione, ma lei era sicura che fosse così, anche se quel giorno non c'era quella commessa tanto perbenino, e chiedeva appena poteva quattro paste, un dito con la crema, un bignè alla cioccolata, una fedora e un be' bombolone, le facevano un bel pacchettino con la scritta liberty Robiglio, e la zia Ida lo pagava svelta alla cassa, sempre muovendosi come se godesse di un privilegio, per la sua disgrazia e per l'allegria da Stan Laurel con cui la sua anima la sopportava, e la zia Ida si muoveva sicura e umile nella pasticceria migliore di Firenze come se avesse ordinato una torta di dieci chili per un banchetto al Poggio Imperiale, e uscivamo leste tornando alla fermata, le paste le portava lei, si riprendeva il Quattordici e via dopo via, piazza dopo piazza, fermata dopo fermata, si arrivava all'immensa villa col parco, San Salvi, e si scendeva, e si entrava dal cancello aperto, dove si assiepavano i matti più sfacciati, quelli, diceva, la zia Ida, che non hanno nessuno che li va a trovare. E allora loro prendevano qualcosa della visite degli altri, di coloro che almeno qualcuno non aveva dimenticato, si avvicinavano e chiedevano cento lire, e una sigaretta, ancora oggi ci sono tra i viali, solo più rari, chiedono mille lire e una sigaretta, come allora dimenticati da tutti i parenti, gli amici i conoscenti, hanno visto l'illusione fervida dell'antipsichiatria, la confusa applicazione della legge 180, la costruzione di mini appartamenti dove non vivono autonomi come non erano autonomi nelle camerate di allora, e mentre gli altri hanno finto di cambiare loro sono rimasti incrollabilmente fedeli a se stessi, perché la follia è una forza della vita cieca, perturbante, e immensamente potente.
Eravamo dunque a San Salvi e mi difendeva dall'ebbrezza e da una sofferenza che allora mi avrebbe ucciso, la convinzione dei miei studi, e della professione che, pur fra le innumerevoli incertezze, avrei fatto. Io li avrei ascoltati, i Tatantònio, e i Nonnolìni, e poi avrei parlato con le Nonnelìnde e le Zieìde, rassicurandole sulla loro cura, li avrei ascoltati come esseri umani, e saremmo stati, io e loro, felici.
Intanto camminavamo arrivando, dopo il primo tratto di viale, che aveva riconquistato la luce aurea del Mediterraneo fiorentino per la mia speranza, alla villa grande che ha un timpano immenso e bello, che vedevo rossa per il tramonto quando seguivo un corso di psichiatria. Nel largo spazio antistante la villa, con aiole di bosso che rallegravano in secoli passati gli ospiti di non so quale famiglia fiorentina, si aggiravano con passi strascicati, marziali o con andature manierate o anche deformi, altri ospiti in cerca di visitatori, che con meno allegria e rapidità chiedevano cento lire e la sigaretta, a volte tendendo la mano, e di uno ricordo il gesto costante di lisciarsi la nuca, muoversi il cappellino da sole, e sorridere, come ne ricordo una, una donna quasi nana, che aveva un bambolotto in braccio e non chiedeva lei, e non parlava, ma stava appena dietro a un uomo di quelli che mai visitati assumono l'aspetto di barboni e questo statuto esistenziale potrebbe permettere loro di prenderne il posto, sui marciapiedi della stazione di Santa Maria Novella.
Camminavo con la zia Ida che qualcuno salutava chiedendoci sì cento lire, ma riconoscendo in lei la mamma di uno di loro, e rassegnandosi subito se non gliele davamo, con un sorriso. C'era lì lo Svizzero, che era nello stesso reparto di Antonio, sempre con la sigaretta fra le labbra, si chiamava così perché era emigrato in un tempo della sua vita, ed è morto prima di Antonio, me lo ricordava ogni volta che veniva qui, elencandomi tutti quelli che erano morti, non so chi glielo dicesse quando non stava più a San Salvi, ma lo sapeva, mi diceva appena arrivava: "Adalinda, lo sai anche chi è morto? Roberto! Te lo ricordi, vero, Roberto? quello che i genitori avevano i' banco in San Lorenzo, quello degli orologi, te ne ricordi, vero Adalinda?". Rispondevo sì, un po' distratta, o forse solo fingendo di essere distratta, perché dopo la morte della zia Ida Antonio faceva il più possibile le stesse cose con la mia mamma, e dopo la morte della mamma, nei pochi anni che le è sopravvissuto, ha cercato di farle con me, individuandomi come la sola che potessi ricevere quell'eredità femminile dolcissima e maledetta, di cui non so ancora cosa ho fatto, se l'ho rifiutata, e in che misura, perdendomi, o se l'ho in qualche modo raccolta, egualmente perdendomi.
Roberto aveva una forma fisica come solo i malati di mente possono averla. I barboni hanno la carne come cadente, come se scegliessero di non ostacolare e dissimulare, come tutti gli altri, il destino di putrefazione che comincerà quando chiuderemo definitivamente gli occhi. I matti hanno forme bizzarre per manifestare le singolarità della loro anima, e Roberto era fatto come un uovo, col sedere e la pancia e i fianchi molto sporgenti, come se quello di cui si nutriva rapidamente scendesse a metà della sua persona e di lì non defluisse che in minima parte. Adorava andare in autobus e scendere per comprarsi il panino col lampredotto, che si mangia, credo, solo a Firenze comprandolo da uno dei banchini che lo mettono caldo e umido, come il ventre di mucca dal quale viene, in una fresca michetta. Una volta, al primo anno d'università, ero sul Quattordici, era buio, e l'autobus era affollato, credo poco tempo prima di sposarmi, e mi sentii chiamare a squarciagola: "Signorina! signorina! o signorina!", mi voltai e lo vidi in fondo all'autobus, e mi vergognai di conoscerlo, o forse solo che mi chiamasse con tanta familiarità, mi voltai di nuovo, ma anziché smettere continuò più forte: "O signorina, signorina! io la conosco, gli è la cugina d'Antonio, signorina!". Continuai a non voltarmi mentre cercava di farsi strada nella calca, e ci riusciva perché gli altri si scostavano vedendolo sporco, con quella strana forma, alto e scuro e spettinato, e intanto gridava felice: "Signorina, signorina! guardi! e ho comprato i' panino co' i' lampredotto! è bono, che glielo posso offrire, ne vole un pochino? o signorina!".
Non mi ricordo cosa gli risposi, quando mi rassegnai si quietò, non cercò più di avvicinarsi, mi rifece vedere il panino e mi disse che l'aveva comprato in San Lorenzo, che era bono, mi parve grondante nella carta gialla che l'avvolgeva. Poi, per fortuna, scesi. Credo che avrei dovuto trattarlo meglio. Perché mi vergognai? Mi sono vergognata di quella vergogna, e di aver cercato di non riconoscerlo, e solo ora ne capisco la ragione, che sta nella mia rassomiglianza con tutti i matti della famiglia, nella mia generazione era destinato a me il loro fardello di grazia vitale e bizzarra, tutto il caos della fantasia sconfinata che solo i pazzi conoscono, e fra gli psicoanalisti solo quelli veri.
Gli altri, i normali, ne hanno un presentimento che è un incubo, qualche volta, perché questo caos vitale e illimitato è la forza di ogni essere umano, e insieme alle figure che consolano il cuore e rendono possibile la convivenza esso forma, attraverso l'infaticabile lavoro della cultura, la vita degli uomini e delle donne.

5.

Ma la zia Ida sapeva cosa fare, e camminava senza perdere tempo, solo camminando sorrideva materna e gentile ai compagni di Antonio di San Salvi, come un genitore benestante saluterebbe i compagni di studi del figlio andandolo a trovare in collegio. "Oh, Roberto! come tu stai? e i tu' babbo e la tu mamma stanno bene? oggi ti vengano a trovare? ah sì, bene, bene, salutameli Robertino..." E Roberto ci seguiva fino al reparto, ci scortava come una guardia svizzera brandendo un orologio al posto dell'alabarda, e raccontandocene la storia, era rapido, sapeva che quando la zia Ida avesse varcato l'entrata del quarto reparto, e avesse visto Antonio che l'aspettava non l'avrebbe più ascoltato, e Roberto ci raccontava che si era fatto dare i soldi dai suoi genitori perché gli garbava tanto quell'orologio, oppure l'aveva scambiato con un altro malato, o con un infermiere: erano scambi dalla ragione certa e bizzarra come i percorsi ellittici e circolari di Antonio intorno alla zia Ida.
Una volta raccontò che aveva visto in una vetrina del centro un orologio che gli piaceva tanto, ma bello! "Uh, com'era bello," raccontava, "ma mi garbava tanto che dissi: lo voglio comprare! Ma un n'avevo i sordi, e allora un sapevo come fare, e allora presi l'autobùsse, e mentre passavo in autobùsse... e vidi la scritta: CREDITOITALIANO, e allora scesi, e entrai, e gli dissi: che me li dà i sordi perché mi voglio compra' un bell'orologio? no, mi disse, e allora, gli dissi, o che CREDITOITALIANO vu siete?". E mentre stavamo per entrare nel quarto reparto, e la zia Ida già protendeva la testa per trovare Antonio col primo sguardo, Roberto faceva ridendo il gesto per aria a mostrare la scritta illusoria e imponente.
"Antonio!" diceva la zia Ida sorridendo con tenerezza infinita, e Antonio alzava lo sguardo dal tavolino di formica, mentre tutti i compagni di reparto presenti interrompevano i loro movimenti bizzarri o lasciavano ciò che li teneva concentrati e si rivolgevano alla zia Ida, che appariva come una regina, la regina madre, la Madonna, e fermandosi era come se le dicessero: Salve Regina! madre di misericordia, vita, dolcezza, e speranza nostra, salve! E guardavano il fagottino di paste che nelle mani della zia Ida si avvicinava senza perder tempo al tavolino di formica e vi si accendeva, o sbocciava, su quella superficie squallida e mai ben pulita, e la mamma e la nonna Linda avevano torto, perché non sarebbe sbocciato come un fiore di luce, sarebbe stato soltanto un fagottino di paste banali, se la zia Ida le avesse comprato in una pasticceria qualunque anziché nello splendore di Robiglio e di piazza del Duomo.
Qualcuno allora subito riprendeva i suoi movimenti catatonici, come uno più giovane di Antonio, avrà avuto fra i trenta e i quarant'anni, che slanciava il braccio destro in avanti sempre con lo stesso ritmo, e lo rilanciava sfruttando il movimento che gli restava al ritorno, lo faceva di continuo, camminando per il vasto bar del reparto, che era il posto dove noi andavamo a trovare Antonio, o il giardino dove risuonava una musica leggera, ma più spesso percorrendo in tutta la loro perturbante lunghezza i corridoi che nelle grate alle finestre alte mantenevano l'implacabile memoria di come il manicomio sia simile alla prigione. Quelli taciturni dai gesti ripetuti, quelli più tristi, dopo la taciturna invocazione alla regina madre che era la zia Ida, riprendevano le loro eterne occupazioni, o rientravano nella loro apparentemente apatica tristezza, sapendo che lei era la madre di misericordia, ma solo per Antonio, il frutto del suo seno, il solo giglio della sua valle, e in lei per lui solo si era compiaciuto l'Altissimo, anche se c'era stato di mezzo il carabiniere sardo Gavino, che poi era volato lontano, come si può supporre avessero fatto anche l'arcangelo Gabriele e lo Spirito Santo.
Antonio per qualche secondo ci guardava e non ci salutava, come a significare che quel posto era suo, e lui avrebbe anche potuto non risponderci, o addirittura non riconoscerci, come fanno i nostri gatti incontrandoci a una certa distanza da casa. Passavano i pochi secondi in cui guardava altrove, come quasi tutti i suoi compagni di San Salvi, e degli innumerevoli San Salvi del mondo, e ciascuno di noi quando la vita ci porta a non sapere dove guardare e allora guardiamo nell'abisso che può ipnotizzarci e pietrificarci, come lo sguardo del basilisco. Poi si alzava col capo chino, e poi muoveva il peso da una gamba all'altra, si tirava su la cintura, sotto lo sguardo innamorato della zia Ida che con un movimento simmetrico a questi suoi appoggiava le paste sul tavolino, ne carezzava la carta marrone con tante scritte bianche liberty Robiglio, assestandola se si era ammaccata la confezione e facendo figurare al meglio il nastrino. Intanto Antonio l'aveva guardata, le aveva sorriso, e poi si guardava intorno e compiaciuto verso i suoi compagni che si tenevano a distanza, perché al sacramento delle paste potevano assistere, ma non partecipare gustandone direttamente il beneficio. Guardava anche me, mentre la zia Ida mi faceva comparire sulla scena con queste parole: "Ha' visto eh, ha' visto Antonio, è venuta anche l'Adalinda a trovarti, ha' visto?" e allargava lo sguardo anche agli altri rimasti, che mi facevano un sorriso ammiccante o mesto, muovendo un po' il corpo, e rispettando il sapiente ritmo della zia Ida e di Antonio potevano anche avvicinarsi, sapevano che non ero un'officiante, presenziavo come loro, anche se da una posizione diversa. "Lei, vedete," mi illustrava la zia Ida come variante alla cerimonia che si ripeteva molte volte alla settimana da quindici anni, "è la figliola della mi' nipote, della cugina d'Antonio, della Giovanna, vero Antonio? dove noi si va d'estate, d'agosto, tutti gli anni...". E Antonio, guardando verso le paste e prefigurandone il consueto assortimento, diceva: "Sì, la Bassa, la Bassa padana, a Modena, insomma, no, a Concordia, vicino alla Lombardia, sono anche stato a Mantova a i' Palazzo di Mantova, come si chiama Adalinda?". "Il palazzo ducale, degli Estensi...", ma mentre rispondevo lui aveva cominciato piano piano a scartare il pacchetto, e gli sguardi si concentravano sulle sue mani, mi dispiaceva che nessuno degli altri potesse assaggiarne, "Che paste, Antonio, ti porta la tu' mammina, che paste bone, proprio di Robiglio!". E la zia Ida sorrideva e muoveva la borsetta in grembo, e allora io una volta ne comprai un po', sempre da Robiglio, per tutti gli altri, e la zia Ida disse: "Guardate, la mi' nipote v'ha portato le paste anche a voi!". I matti senza parole che avevano ripreso i loro gesti ripetitivi si voltarono un po' preoccupati, e gli altri ringraziarono con qualche imbarazzo, e mangiarono, non vollero disilludermi allora, non mi dissero, né loro, né la zia Ida, né Antonio, che il mio gesto da poche lire non aveva nulla della profonda religione del rito che per la grazia della zia Ida si ripeteva regolarmente, dove lei e Antonio e tutti gli altri ricoverati, contemplavano i misteri gaudiosi e dolorosi della madre e del figlio che si amano di amore assoluto, folle e divino.