Seminari 2007

Parole dal labirinto CLICK HERE#Seconda_parte

Scandalo a Colono
CLICK HERE#Synapsis


Sigmund FreudEdipo e la Sfinge  Edipo e la SfingeSigmund Freud
HOME PAGE

















A Firenze, Istituto Gradiva
Seminario Psicoanalisi e arte del racconto, 2007
Seconda parte: Il grande uomo ebreo
Lo studio di Mosè e del monoteismo di Freud

Materiali per i frequentanti
L'uomo Mosè e la religione monoteista
(Da Dictionnaire de la psychanalyse, E. Roudinesco et M. Plon, Paris 1997)
Dedica di Jakob Freud al figlio nel suo trentacinquesimo compleanno
Lettere
Immagini del Mosè di Michelangelo
Contributi dei partecipanti al corso
    Claudia Chellini, L’uomo Mosè e il monoteismo: una lettura appassionata
    Marah Dolfi, L’uomo Mosè e la religione monoteistica. Primo saggio
     Sara Funaro e Daniela Magno, Secondo saggio. "Se Mosè era egizio..."
    Rozana Krroqi,
L’uomo Mosè e la religione monoteistica. (Terzo saggio)
    Debora Banci, Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica (Cap. II, Parag. E-H)




Seminari di Adalinda Gasparini

Psicoanalisi e Arte del Racconto—2006-2007 Parole dal labirinto
III Parte

La Mela Avvelenata, la Matrigna e la Fata

A Gradiva, via delle Belle Donne, 13, Firenze, il giovedì,  dalle 20 alle 21,15, dal 12 aprile al 31 maggio 2007
(Partecipano al corso, aperto a tutti, alcuni neolaureati in Psicologia, che svolgono il loro tirocinio a Gradiva)

Disegno fiabesco  di un'alunna di seconda media inferiore



Le fiabe somigliano ai sogni, la via regia all’inconscio, perché ogni sogno implica l’altro non meno di noi, un altro che ci parla da dentro e che non possiamo misconoscere: sogniamo in solitudine, a occhi chiusi, quando la coscienza tramonta, e ricordando quel che abbiamo sognato, sappiamo sia che è solo nostro, sia che non abbiamo mai deciso di dargli forma.

Come un’utopia della mente, un luogo di cui non conosciamo le coordinate, né una via per raggiungerlo, le fiabe, scritte e riscritte  in innumerevoli passaggi attraverso il tempo e lo spazio, ci consegnano forme del desiderio che si realizza. Tra i loro temi ricorrenti, la relazione impossibile e irrinunciabile fra madre e figlia, che partendo dal conflitto mortale tende alla liberazione feconda.





temi del corso

          I.—Presentazioni e note sul travaglio della soggettivazione femminile.

II—Non esiste altra donna prima o dopo di me (Matricidio e figlicidio dal romanzo antico a Biancaneve - Is tresgi bandius, Il sogno di mia madre)

III—Il compito impossibile della figlia figliastra (Da Psiche a Cenerentola)

IV—Svegliata da un bacio o da un figlio che sugge il seno (Dalla Bella Addormentata a Sole a Luna e Talia)

V—L’amante preziosa dimenticata per via (Da Arianna a Janco viso)

VI—Uno sposo su misura, di zucchero fino, granati, perle, farina d’ungheria e altre squisitezze... (Pinto Smalto)

VII—La figlia Sfortuna che dormiva con le braccia in croce (Elaborazione del lutto e nozze regali)

VIII—Riflessioni e conclusioni a confronto


Bibliografia

<>Adalinda Gasparini, La luna nella cenere. Analisi del sogno di Cenerentola, Pelle  d'asino, Cordelia. Milano 1999.
Julia Kristeva, Melanie Klein. La madre, la follia. Donzelli Editore, Roma 2006.






L’UOMO MOSÈ E LA RELIGIONE MONOTEISTA

Opera di Freud pubblicata ad Amsterdam in tedesco nel 1939 col titolo Der Mann Moses und die monotheistische Religion. Drei Abhandlungen. Tradotto per la prima volta in francese da Anne Berman (1889-1979) nel 1948 col titolo L’Homme Moïsè et le Monothéisme, e poi nel 1948 col titolo L’Homme Moïsè et la religion monothéiste. Trois essais. Tradotto per la prima volta in inglese nel 1939 da Katherine Jones col titolo Moses ad Monotheism, poi da James Strachey nel 1964 col titolo Moses ad Monotheism. Three Essays.
Libro dell’esilio pubblicato simultaneamente ad Amsterdam e a Londra, lo stesso anno della morte del suo autore, L’uomo Mosè e la religione monoteista è una delle opere più audaci di Sigmund Freud, una delle più commentate e anche l’opera che suscitò, insieme a Totem e tabù di cui è la logica continuazione, le più forti polemiche tra gli specialisti. L’opera è un capolavoro, e lo storico Salo Wittmayer Baron non sbagliò definendola, alla sua prima edizione, un “magnifico castello sospeso nell’aria”, dichiarando: “Quando un pensatore della statura di Freud prende posizione su una questione per lui d’interesse vitale, il mondo deve ascoltarlo”.
Da molto tempo Freud era ossessionato dalla figura del profeta che aveva fatto uscire il popolo dalla letargia imponendogli delle leggi, indicandogli la terra promessa mentre gli dettava i principi di una nuova spiritualità. Assistendo alla crescita dell’antisemitismo, si chiese ancora una volta come gli Ebrei erano diventati ebrei, e perché avevano attirato su se stessi un odio eterno. Trovò presto uno stile e concepì un progetto: scrivere un “romanzo storico”. Volendo dimostrare che Mosè era egiziano, non desiderava né urtare il cattolicesimo austriaco, che proteggeva gli Ebrei dal nazismo, né espropriare simbolicamente il popolo ebraico del suo evento fondatore (la fuga dall’Egitto e il dono della Torah sul Sinai), nel momento in cui il regime itleriano cominciava a perseguitarlo. Dopo essere stati pubblicati in forma di articoli, i tre saggi furono raccolti in un libro dopo che Freud si fu stabilito a Londra.
In una lettera a Lou Andreas-Salomé, datata 6 gennaio 1935, riassume il contenuto del suo libro e conclude con queste parole: “Le religioni devono il loro potere al ritorno del rimosso, sono reminiscenze di processi arcaici scomparsi, che hanno effetti grandi sulla storia dell’umanità. L’ho già detto in Totem e tabù. Lo sintetizzo ora in una formula: ciò che rende forte la religione, non è la sua verità reale ma la sua verità storica”.
E’ attraverso Roma e il cattolicesimo che Freud esamina per la prima volta la storia di Mosè, visitando nel 1909 la chiesa di San Pietro in Vincoli, nella quale si trova la statua scolpita da Michelangelo (1475-1564) per la tomba del papa Giulio II: “Nessuna opera ha mai prodotto su di me un effetto più intenso”. Nel 1914, pubblica un articolo anonimo nel quale inverte l’interpretazione classica. La tradizione vedeva in questa opera l’immagine di Mosé che scendeva dal Sinai con le tavole della legge, pronto a gettarle a terra nel momento in cui scopriva il suo popolo intento ad adorare il vitello d’oro. Ora, Freud faceva vedere come Michelangelo avesse al contrario rappresentato un Mosè che trattiene il suo cruccio e che stringe a sé le tavole perché rischiano di spezzarsi. Certo l’artista aveva scolpito un Mosè decisamente insolito.
In ogni caso, in questo saggio Freud parlava di qualcosa di diverso dalla statua: descriveva la propria situazione nella storia del movimento psicoanalitico, cosa che non sfugge a nessuno. Dopo aver fatto di Carl Gustav Jung il garante di una psicoanalisi degiudaizzata (per dimostrare a se stesso e ai suoi detrattori che non si trattava di una “scienza giudaica”), aveva cambiato idea, rivendicando per il suo movimento un’etica della fedeltà fondata sul sentimento di appartenenza all’ebraismo. Il saggio su Mosè traduceva questo rivolgimento e la sua ambivalenza verso il proprio ebraismo: di fronte al tradimento dei suoi, il profeta domina la propria collera e salva l’unità del suo popolo in nome di una nuova dottrina alla quale da quel momento si consacra.
Ma quale dottrina? Qual è la specificità di questo monoteismo ebraico che suscita attraverso i secoli un tale sentimento di appartenenza mentre pure scompare ogni traccia di pratica religiosa? Che significa essere ebrei quando non ci si riferisce più all’ebraismo?
Nel 1922, Ernst Sellin aveva pubblicato un’opera che aveva suscitato molto clamore: Mosè e il suo significato per la storia israelita e giudaica. Storico berlinese, biblista, apparteneva alla scuola esegetica tedesca. Secondo la tradizione del protestantesimo liberale, di cui era un rappresentante, pensava che la predicazione morale, riassunta dai dieci comandamenti, fosse l’essenza della rivelazione biblica. Considerava quindi Mosè come fondatore della religione d’Israele.
Partendo da una lettura interpretativa dei libri dei profeti, Sellin avanzava l’ipotesi che Mosè fosse stato vittima di un omicidio collettiva perpetrato dal suo popolo, che rifiutava il suo messaggio e preferiva il culto degli idoli. Divenuta tradizione esoterica, la dottrina di Mosé sarebbe successivamente stata trasmessa da una cerchia di iniziati, i cui successori sarebbero stati i profeti dell’ottavo secolo a. C.: osea, Isaia, Amos, Michea. Su questo terreno doveva nascere la fede di Gesù, egualmente profeta assassinato, e poi il cristianesimo.
C’era tutto ciò che serviva ad affascinare Freud, che aveva presentato, in Totem e tabù, una tesi piuttosto simile. A questo aggiunse il tema dell’egizianità di Mosè, affermata dalla tradizione dell’Aufklärung e da scrittori, storici ed egittologi, con l’intento di fornire un’interpretazione storica, quindi non religiosa, della storia del profeta. Freud inoltre vedeva in questo l’illustrazione delle sue ipotesi e di quelle di Otto Rank sul romanzo familiare. Nel caso di Mosè esse confermavano l’egizianità rovesciando la leggenda del bambino ritrovato: la “vera” famiglia era quella del faraone, e la famiglia adottiva quella ebrea.
Ecco l’essenza del libro: il monoteismo è un invenzione non ebraica ma egiziana, e il testo biblico non ha fatto altro che spostare la sua origine in un tempo mitico, attribuendo la sua fondazione ad Abramo e ai suoi discendenti. In realtà, fu il farone Amenofi IV che fondò una religione basata sul culto del dio solare Aton. Per bandire l’antico culto, si fece chiamare Akhenaton. Dopo di lui, Mosè, un alto dignitario egiziano che aveva scelto il monoteismo, si mise alla testa di una tribù semita e diede al monoteismo una forma spiritualizzata. Per distinguerla dalle altre, introdusse il rito egiziano della circoncisione, nell’intento di mostrare che Dio aveva “eletto”, con questa “alleanza”, il popolo scelto da Mosè. Ma il popolo non sopportò la nuova religione, uccise l’uomo che ne era il profeta, e in seguito rimosse il ricordo dell’uccisione, che tornò con il cristianesimo: “L’antico Dio, scriveva Freud, il Dio Padre, passò in secondo piano. Cristo, il suo figlio, ne prese il posto, come in un tempo rimosso avrebbe voluto fare ciascuno dei figli ribelli. Paolo, il continuatore dell’ebraismo, era stato anche il suo distruttore. Se riuscì, ciò dipese certamente dal fatto che, grazie all’idea della redenzione, riuscì a scongiurare lo spettro della colpa umana, e in seguito perché abbandonò l’idea che il popolo ebraico era il popolo eletto, rinunciando al segno visibile di questa elezione: la circoncisione. La nuova religione potè così diventare universale e rivolgersi a tutti gli uomini.”
Freud raccontò in questo libro, ancora una volta, la storia della “sua” scoperta dell’inconscio,  divenuta universale attraverso la rinuncia a qualsiasi ancoraggio a una religione di elezione. Ma, oltre a questo, egli espose la storia della propria relazione ambivalente col suo stesso ebraismo. Degiudaizzando Mosè, mostrò come un creatore o un fondatore - in una parola un “grande uomo” - sia sempre un esule. Straniero nella città, in rottura col suo tempo, diviso nella sua stessa interiorità. E’ a questa condizione che può rovesciare la tradizione, superare la religione del padre, accedere a un’altra cultura, creare nuove forme. 
Ma Freud andò ancora più avanti, a rischio di farsi carico di una delle tesi maggiori dell’antisemitismo. Affermò in effetti che l’odio contro gli ebrei era alimentato dalla loro fede nella superiorità del popolo eletto e dall’angoscia di castrazione suscitata dalla circoncisione come segno di elezione. Questo rito mirava, secondo lui, a nobilitare gli ebrei e a indurli a disprezzare gli altri, i non circoncisi.
Nella stessa prospettiva, Freud prese alla lettera il rimprovero principale dell’antisemitismo, vale a dire il rifiuto degli ebrei di ammettere la condanna a morte di Dio: “Il popolo ebraico, scrive, si ostina a negare la morte del padre e i cristiani non smettono di accusarlo di deicidio. Dovrebbero aggiungere questo: - Non vogliono accettare per vero di aver ucciso Dio, mentre noi lo ammettiamo e siamo lavati da questa colpa -”. Freud concludeva che questo rifiuto espone gli ebrei al risentimento degli altri popoli: “Oso affermare che ancora oggi la gelosia nei confronti del popolo che si considera primogenito, favorito da Dio padre, non è cessata negli altri popoli”.
Dopo aver sostenuto che gli ebrei erano responsabili dell’antiebraismo dei cristiani, Freud spiega che l’antisemitismo delle nazioni moderne è uno spostamento sugli ebrei dell’odio verso il cristianesimo: “I popoli che oggi si lasciano andare all’antisemitismo sono divenuti solo tardivamente cristiani e vi furono costretti col sangue. Si potrebbe dire che sono tutti ‘battezzati in malo modo’: sotto una sottile vernice cristiana, sono restati ciò che erano i loro antenati, amanti di un barbaro politeismo. Non hanno superato la loro ostilità verso la nuova religione, ma l’hanno spostata sulla sorgente dalla quale è sgorgato per loro il cristianesimo [...] Il loro antisemitismo è in fondo anticristianesimo, e non c’è da stupirsi se nella rivoluzione nazional-socialista tedesca questa intima relazione fra le due religioni monoteiste trova un’espressione così netta, nel trattamento ostile di cui entrambe sono oggetto.”
La novità del passo freudiano consiste quindi nello scoprire le radici inconsce dell’antisemitismo, a partire dall’ebraismo stesso e non più come un fenomeno esterno ad esso. Un modo per lui di ritrovare la problematica di Totem e tabù, al quale L’Uomo Mosè faceva seguito.
Se la società aveva avuto origine da un crimine commesso contro il padre, mettendo fine al dominio dispotico dell’orda selvaggia, seguita dall’instaurazione di una legge che rivalorizzava la figura simbolica del padre, il senso era che l’ebraismo obbediva alla stessa trama. Dopo la morte di Mosè, generò il cristianesimo, fondato sul riconoscimento della colpa: il monoteismo era dunque la storia infinita dell’instaurazione di questa legge del padre, sulla quale Freud costruiva tutta la sua dottrina dell’interdizione dell’incesto e dell’Edipo. Al punto di finire col dimenticare di citare nella sua opera del 1939 il saggio che Karl Abrahm, il suo allievo più fedele, aveva dedicato ad Amenofi IV. Questo testo del 1912 considerava la religione del faraone come una riforma dell’eredità paterna suscitata essenzialmente da un’influenza materna, quella della madre di Amenofi. La dimenticanza di questo dettaglio, non rimandava al grande dibattito che opponeva il kleinismo al freudismo classico dagli anni Venti?
Freud obbediva alla necessità di tornare alla Bibbia e alla religione dei padri. Ma, ben lontano dall’adottare la soluzione della conversione come risposta all’antisemitismo, si definiva come un “ebreo senza Dio” . Senza cedere all’odio ebraico di sé, staccava l’ebraismo dal sentimento della condizione ebraica, caratteristico degli ebrei non credenti che rifiutano l’Alleanza e l’elezione.
Nel momento in cui degiudaizzava Mosè, assegnava all’ebraismo, compreso come essenza e come appartenenza, una posizione di eternità. Questo sentimento, per il quale un ebreo resta ebreo nella sua soggettività, anche se non è credente, lo provava lo stesso Freud, e non esitava ad assimilarlo a un’eredità filogenetica.
Come in Totem e tabù, e sempre in cerca di un modello biologico, si appoggiava alla tesi detta “neo-lamarckiana”, dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti per affermare che l’appartenenza all’ebraismo si trasmette di generazione in generazione, “attraverso i nervi e il sangue”, vale a dire attraverso un inconscio ereditario.
Mutuata da Darwin dall’evoluzionismo lamarckiano, la tesi dell’eredità dei caratteri acquisiti era stata invalidata da August Weismann (1834-1914) alla fine del XIX secolo, e poi abbandonata definitivamente nel 1930. Per fondare il principio del suo ebraismo perpetuo e trasmissibile, Freud non andava quindi soltanto contro tutta la scienza del suo tempo, ma anche contro la sua propria concezione dell’inconscio.
Posto sotto il segno della passione, questo testamento del grande uomo diede luogo a molteplici interpretazioni contraddittorie e spesso stravaganti. Si sono delineati tre orientamenti principali. Il primo, di David Bakkan, iscrive la dottrina freudiana nella tradizione di laicizzazione della mistica ebraica; il secondo, da Marthe Robert (1916-1996) a Peter Gay, fa emergere al contrario un Freud ateo, decentrato rispetto al suo ebraismo e in preda alla doppia problematica della dissidenza spinoziana e dell’integrazione nella cultura tedesca. Il terzo infine, più interpretativo (Ilse Grubrich-Simitis), considera il Mosè come un sogno a occhi aperti, che avrebbe aiutato Freud a superare l’angoscia causata dalle persecuzioni naziste.
Nel 1991, lo storico Yosef Hayim Yerushalmi si è messo “all’ascolto di Freud” per pubblicare il commento più erudito e più completo che sia mai stato scritto su questa opera. Sottoliea che Freud ha fatto della psicoanalisi il prolungamento di un ebraismo senza Dio: un ebraismo “infinito”.

(Da Roudinesco, Elisabeth, et Plon, Michel, Dictionnaire de la psychanalyse, Fayard, Paris 1997)



Dedica di Jakob Freud al figlio nel suo trentacinquesimo compleanno

Figlio che sei prezioso per me, Shelomoh. Nel settimo degli anni della tua vita lo Spirito del Signore cominciò ad agire sopra di te e parlò dentro di te: va, leggi nel mio libro che ho scritto ed eromperanno le sorgenti della comprensione, della conoscenza e della saggezza. osserva, è il Libro dei Libri, dal quale i saggi hanno scavato e i legislatori tratto conoscenza e giudizio. Una visione dell’Onnipotente hai visto; ascoltasti e ti sforzasti di fare, e ti librasti sulle ali dello Spirito.
Da allora il libro si conservò come i frammenti delle tavole in un’arca presso di me. Per il giorno in cui i tuoi anni giunsero al trigesimo quinto misi su di esso una coperta di pelle nuova e lo chiamai: “Sgorga, o pozzo: cantàtelo!” E lo presentai a te come un segno e un ricordo dell’amore di tuo padre, che ti ama di amore perpetuo.

JAKOB figlio di R. Shelomoh Freid [sic]
Nella città capitale di Vienna 29 Nisan [5]651 6 maggio [1]891


Nel 1891, per il suo trentacinquesimo compleanno, Freud ricevette dal padre Jakob la Bibbia sulla quale aveva studiato da bambino, fatta rilegare in pelle, con questa complessa dedica in ebraico, di cui riportiamo la traduzione dal saggio di Yosef Hayim Yerushalmi, Il Mosè di Freud. Giudaismo terminabile e interminabile. (1991; tr. it. G. Bona; Einaudi, Torino 1996; p.107). La dedica è scritta con  "la tecnica della melitzah: è un mosaico di frasi e frammenti tratti dalla Bibbia ebraica e dalla letteratura o liturgia rabbinica, disposti in modo tale da esprimere ciò che l'autore vuole dire in quel momento. La melitzah richiama alla mente il desiderio di Walter Benjamin di scrivere un giorno un’opera composta di sole citazioni." (pp.106-107) La tecnica era molto usata nel Medioevo, nella letteratura dell’haskalah e anche da alcuni scrittori del XIX secolo.
Nel 1939 Sala Baron, maestro di Yerushalmi, recensì il Mosè di Freud nel 1939, definendolo un magnifico castello in aria. Lo stesso studioso scrisse: “Se un pensatore della statura di Sigmund Freud prende parola su un problema che giudica di vitale importanza, il mondo deve ascoltare” (cit. da Yerushalmi, cit., p. 125). Scrive Yerushalmi: "Dal 1934 fin quasi alla morte, il figlio bevve a quel pozzo e lo cantò. Sicuramente suo padre non avrebbe riconosciuto la canzone, forse l’avrebbe giudicata dissonante. Tuttavia, non so perché, sono convinto che nel complesso non ne sarebbe stato scontento". (p. 117)


Dagli Epistolari


Ad Arnold Zweig,Vienna 8 maggio 1932

...I Fenici avrebbero trovato il vetro e l’alfabeto (tutte e due le cose dubbie!), l’isola di Creta ha creato l’arte minoica, la pergamena ricorda Pergamo, il magnete Magnesia e così all’infinito, ma la Palestina non ha formato altro che religioni, deliri sacri, tentativi temerari di dominare la parvenza esterna del mondo con il mondo dei desideri interni. E noi deriviamo di lì...

(Da Sigmund Freud, Epistolari. Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti. 1873-1939. Bollati Boringhieri, Torino 1960 e 1990; p. 341)
 
__________________________________

[A Lou Andreas Salomé]
Freud

6 gennaio 1935
Vienna, IX, Bergasse 19
Mia cara Lou,
[...]
Oggi posso darLe notizie più complete rispetto a quelle che Lei ha udito sul mio ultimo lavoro. Parte dal mio domandarmi che cosa abbia realmente costituito il carattere dell’ebreo, e giunge a concludere che l’ebreo è una creazione dell’uomo Mosè. Chi fu questo Mosè, e qual è stata la sua influenza? A questi interrogativi si è data risposta in una specie di romanzo storico. Mosè non era ebreo, bensì un nobile egiziano, alto dignitario, sacerdote, forse un principe della dinastia reale, uno zelante seguace della fede monoteistica che il faraone Amenofi IV impose intorno al 1350 a.C. come religione di Stato. Allorché, alla morte del faraone, questa nuova religione venne abolita e la diciottesima dinastia si estinse, quell’uomo ambizioso mosso da così grandi mire aveva perduto tutte le sue speranze e decise di lasciare la patria per crearsi un nuovo popolo, che egli volle educare alla grandiosa religione del suo maestro. Egli si abbassò a scegliere la tribù semitica che dall’epoca degli Hyksos era ancora rimasta nel paese, si pose alla sua testa, dall’asservimento la condusse alla libertà, le diede una nuova religione, quella spiritualizzata di Atòn e introdusse, quale espressione di consacrazione e mezzo per distinguersi, la circoncisione che era costume segreto presso gli egizi e solo presso di loro. Ciò che gli ebrei in seguito vantavano del loro dio, e cioè che egli li avesse eletti come suo popolo e liberati dall’Egitto, fu vero, alla lettera, per Mosè. Con l’elezione e il dono della nuova religione, egli creò l’ebreo.
Quest’ebreo sopportava la fede esigente della religione diAtòn altrettanto male degli egizi nel periodo precedente. Uno studioso cristiano, Ernst Sellin, ha mostrato che probabilmente Mosè fu ucciso pochi decenni più tardi durante una sommossa del suo popolo e che il suo insegnamento fu ripudiato. Pare assodato che la tribù tornata dall’Egitto si riunisse poi con altre tribù affini che vivevano nel paese di Madian (tra la Palestina e il confine occidentale dell’Arabia) e avesse preso colà a venerare un dio vulcanico sul Monte Sinai. Questo dio primitivo, Yahveh, divenne dunque il Dio del popolo ebraico. Ma la religione ebraica non era dissolta; di essa e del suo fondatore era rimasto un oscuro ricordo, la tradizione fuse il dio di Mosè con Yahveh, attribuì a lui la liberazione dall’Egitto, e identificò Mosè con uno dei sacerdoti di Yahveh della zona di Madian, i quali avevano introdotto in Israele la celebrazione di questo dio. In realtà Mosè non aveva conosciuto il nome di Yahveh, gli ebrei non attraversarono mai il Mar Rosso, né furono al Sinai. Yahveh dovette espiare duramente la sua usurpazione ai danni del dio di Mosè. Il dio precedente non cessò di incalzarlo e, nel giro di sei-otto secoli, Yahveh fu ridotto a una copia del dio di Mosè. In quanto tradizione semiestinta, la religione di Mosè alla fine aveva trionfato. Questo processo è tipico della formazione di ogni religione, ed esso ha costituito la semplice ripetizione di un processo analogo avvenuto in precedenza. Le religioni devono la loro straordinaria forza al ritorno del rimosso, sono reminiscenze di processi della storia umana antichissimi, dimenticati e dal contenuto altamente affettivo. L’ho già sostenuto in Totem e tabù e lo ripeto ora in questa formula: la religione trae la sua forza non tanto dalla sua verità reale, ma da quella storica.
Lei vede bene, Lou, che oggi in Austria non si può esprimere questa formula, che pure mi ha proprio affascinato, senza correre il rischio che le autorità cattoliche che ci governano proibiscano ufficialmente di praticare l’analisi. Ed è solo questo cattolicesimo a proteggerci dal nazismo. Inoltre le basi storiche della questione mosaica non sono abbastanza solide da servire da fondamento alla mia preziosa intuizione. Dunque taccio. Mi è sufficiente poter credere io stesso nella soluzione dle problema: mi ha perseguitato tutta la vita.
Mi scusi e riceva affettuosi saluti dal Suo
Freud



[Gotting, metà gennaio 1935]

Lou Salomè

Caro professor Freud,
[...]
La concezione di tutte le religioni che Le si è imposta attraverso il problema ebraico risale già a Totem e tabù, come Lei stesso ricorda. Ma quello che mi ha in particolar modo affascinata nella Sua teoria attuale è un particolare carattere del "ritorno del rimosso", e cioè il modo in cui elementi molto elevati e preziosi ricompaiono nonostante il loro lungo restar mescolati con ogni altro possibile elemento. Si tratta proprio di "verità storiche" e non "reali", che esercitano nascostamente il loro vero potere, ma in certi periodi storici del passato si sono rivelate forze psichiche altamente reali che hanno mantenuta intatta la loro qualità elevata. Finora, sotto il concetto di "ritorno del rimosso", ci rappresentavamo principalmente degli esempi di processi nevrotici: ogni genere di materiale ingiustamente rimosso opprimeva in maneira inquietante l'individuo con fantasmi del passato, poiché in loro egli avvertiva ciò che in origine gli era familiare, e se ne difendeva con angoscia. Qui invece ci troviamo di fronte a esempi della sopravvivenza degli elementi più vittoriosamente vitali del passato, che si manifesta come "il più vero possesso", nonostante tutte le forze distruttive o contrarie cui sono stati sottoposti. E come nel caso della religione mosaica originaria, tali lati positivi del processo possono essere stati all'opera anche in altre religioni, cosicché il rimosso non si trova più invischiato soltanto in sopravviveze patologiche. Ogni cosa che al tempo delle origini possa esser frullata nell'animo dell'uomo primitivo e che più tardi, dato il nostro punto di vista più consapevole, ci sia apparsa come naturalmente superata e distorta, può tuttavia contenere anche elementi di poteri psichici che in seguito si ritrassero dietro l'intelletto, dietro ciò che indebolisce l'affetto.
Ma me ne sto a chiacchierare senza darmi pensiero. La prego di scusarmi! Quando avrò avuto più tempo per assimilare la Sua lettera potrò forse essere più chiara. In questo momento non sono riuscita semplicemente a trattenermi, dato che purtroppo non posso liberarmi a voce. Tra una chiacchiera e l'altra forse riuscirà ad avvertire quanto sia stato importante per me che Lei mi abbia messo a parte delle Sue riflessioni.
Per oggi non aggiungo altro! Profondamente riconoscente
Sua Lou


[Gottinga] 4 maggio 1935
Caro Professor Freud,
[...]
Mi domando se Lei abbia informato i Suoi visitatori del contenuto della splendida lettera che mi ha inviato, il prodotto del Suo lavoro di parecchie estati. Senz'altro la cosa avrà suscitato discussioni importanti, mentre Lei stesso è impegnato forse proprio adesso a sviluppare ancora l'argomento, seduto al Suo tavolo di lavoro o in giardino. Che ci porterà l'estate a questo riguardo?
Naturalmento non posso fare a meno, ancora adesso, di riflettere su quella lettera. Tra l'altro penso che la vicenda di Mosè presenti un lato del tutto particolare e singolare: che un unico genio superiore abbia determinato ogni cosa e, nonostante tanti miscugli con altre razze, sia riuscito a realizzare il suo intento.
[...]
Sua Lou

(Da Eros e conoscenza. Lettere tra Freud e Lou Andreas Salomé, 1912-1913; Bollati Boringhieri, Torino, 1978 e 1990; pp. 201-205).
__________________________________


Ad Arnold Zweig, Vienna 2 maggio 1935


...La mia idea di dividere con Lei la Sua primavera sul Monte Carmelo non era altro che una fantasia. Nemmeno sostenuto dalla mai fedele Anna-Antigone, potrei intraprendere il viaggio, al contrario recentemente ho dovuto sopportare una cuterizzazione in bocca.

[...]
Il Mosé occupa costantemente la mia fantasia. Mi fa piacere pensare che, quando sarà a Vienna, glielo leggerò io stesso, nonostante l’impurità della mia voce. In una corrispondenza con Tel-el Amarna, i cui scavi non sono ancora giunti a metà, ho letto un’osservazione a proposito di un principe Thotmes, del quale altrimenti non si sa nulla. Se avessi milioni di sterline finanzierei la prosecuzione degli scavi. Questo Totmes potrebbe essere il mio Mosé, e io potrei vantarmi di averlo indovinato.
...

(Da Sigmund Freud, Epistolari. Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti. 1873-1939. Bollati Boringhieri, Torino 1960 e 1990; p. 354)
__________________________________


A N.N., Vienna 14 dicembre 1937
.... Alcuni anni fa ho cominciato a pormi la domanda in qual modo l’ebreo ha acquisito il carattere che gli è specifico e, secondo la mia abitudine, ho esaminato la questione delle origini. Non sono andato molto in là. Sono stato sorpreso di trovare che già la prima esperienza del popolo, per così dire quella embrionale, l’influenza dell’uomo Mosé e l’esodo dall’Egitto, ha fissato tutto lo sviluppo ulteriore fino ad oggi; proprio come un trauma della prima infanzia nella storia dell’individuo nevrotico. In prima linea, sta qui l’immanentizzazione della concezione della vita e il superamento del pensiero magico, la rinuncia al misticismo, ambedue le cose riconducibili a Mosè stesso, ma, forse non con tutta la desiderabile certezza storica, ancora più avanti. Due articoli nell’annata corrente di “Imago” portano almeno una parte dei miei risultati; ho dovuto rinunciare a pubblicare le cose più importanti.
...

(Ivi, p. 367)
__________________________________


A Ernst Freud, Vienna, 17 gennaio 1938
La tua lettera mi ha fatto non meno piacere del bel cristallo persiano che mi hai mandato. Per ricambiare, ti ho mandato il lavoro su Mosè, uno dei rari lavori dell’ultimo periodo, che può pretendere l’interesse generale. Temo che questo interesse verrà gonfiato fino alla sensazione. Forse non mi sbaglio in questa aspettativa. E’ il mio primo tentativo di storico: abbastanza tardi! Da parte della critisce scientifica prevedo non molta benevolenza; gli ebrei saranno molto offesi.
(Ivi, p. 368)
__________________________________


 A Charles Singer, Londra 31 ottobre 1938

.... Contiene un’indagine, fondata su presupposti psicoanalitici, delle origini della religione e in modo particolare del monoteismo ebraico, ed è sostanzialmente la prosecuzione e l’ampliamento di un’altra opera da me pubblicata venticinque anni fa sotto il titolo di Totem e tabù. Un uomo vecchio non può avere idee nuove; non gli resta da fare altro che ripetersi.
Può essere considerato un attacco alla religione nel senso che ogni indagine scientifica di una fede religiosa ha per presupposto l’incredulità. Non è un segreto, per chiunque mi conosca o lgga le mie opere, che io sono un incredulo radicale. Considerando il libro da questo putno di vista, bisognerà dire che soltanto la Jewry e non la Christianity  ha il diritto di sentirsi colpita dai suoi risultati. Ingfatti solo poche ossrvazioni marginali si riferiscono al cristianesimo, e queste non dicono nulla che non sia già stato detto da molto tempo. Al massim osi potrebbe citare l’antico detto: “insieme agguantato, insieme impiccato”.
Naturalmente non è che io offenda volentieri i mie icompagni di stirpe. Ma che posso farci? Durante tutta la mia lunga vita, non ho fatto altro che pronunciarmi a favore di cià che ritenevo fosse la verità scientifica, anceh se questa era scomoda e sgradevole per il mio prossimo. Non posso chiuderla con un atto di abiura. Nella Sua lettera si trova l’assicurazione, che testimonai della Sua superiorità, secondo cui tutto quello che scriverò provocherà equivoci e - mi sia lecito aggiungere - indignazione. Ora, si rimprovera a noi ebrei di essere diventati dei vili nel volgere dei tempi. (Un tempo eravamo una nazione coraggiosa.) A questo cambiamento io non ho avuto alcuna partecipazione. Dunque, debbo, rischiare.

(Ivi, p. 380)



Immagini del Mosé di Michelangelo, Roma, Chiesa di San Pietro in Vincoli

Mosè di Michelangelo

Mosè

Mosè di Michelangelo


Claudia Chellini
L'uomo Mosè e il monoteismo: una lettura appassionata


Leggere Freud in questo saggio per chi è appassionato di psicoanalisi senza essere un’addetta ai lavori, come me, è appassionante.
È una di quelle letture che si possono fare per capire il pensiero, lo svolgersi dell’idea in un percorso intellettuale in cui ciò che è detto prima dà elementi per capire ciò che è detto dopo. Ma è anche una lettura in cui si entra, un viaggio in un mondo. Si scopre allora un paesaggio, le strade che lo percorrono, i mezzi di cui dispone, i percorsi che si possono fare, i possibili nessi.

Non saprei dire se è più appassionante seguire razionalmente lo sviluppo del pensiero o il viaggio in sé e per sé. Direi forse che l’insieme delle due cose, che a ben guardare in questo saggio non stanno l’una senza l’altra, ha avuto su di me un effetto coinvolgente. E ciò che più mi ha lasciata intenta è l’operazione che sta alla base e attraversa il saggio: Freud era ebreo, laico certo, ma la religione ebraica è il terreno nel quale è cresciuto e mi faccio la fantasia che da bambino abbia seguito, come i bambini fanno, la religione dei genitori, mi viene da dire che è stata una parte del “cibo” che ha assunto e che lo ha strutturato. E in questo saggio, che tratta una questione che lo ha perseguitato per tutta la vita ( Lettera a Lou Andreas Salomé del 6 gennaio 1935), Freud si interroga su quel “cibo”. Non che sia la prima volta e certamente non è straordinario che in psicoanalisi si vada a guardare, o meglio si cerchi di guardare, ciò che ci ha strutturati; rimane la grande lezione di un intellettuale, di un uomo, che vuole osservare di cosa è fatto (può essere fatto) il terreno sul quale è cresciuto e si è formato, con uno strumento che lui sa benissimo essere destrutturante.
Credo che la cosa veramente importante, che rimane, a distanza di anni e di sviluppi storici e culturali, non sia tanto la conclusione a cui arriva Freud, quanto il suo procedere, il suo arrischiarsi in un territorio che, si percepisce, deve essere stato difficile per lui prima ancora che per i suoi lettori, ebrei e cristiani.
Che Mosè fosse davvero egizio, che sia veramente stato ucciso dai suoi, che la prima grande esperienza di monoteismo di un popolo sia un compromesso fra una religione nata alla corte di Amenofi IV e quella delle popolazioni cananee, alla fine del discorso non è fondamentale. Almeno ai miei occhi.
È fondamentale invece il suo interrogarsi. Ancora di più: è fondamentale il suo procedere, l’indagare psicoanalitico che tratta un fenomeno religioso e di cultura alla maniera di un fenomeno psichico, con il rispetto che ciascuno pretende per ciò che ha (si tratti anche di una nevrosi) e con il coraggio di guardare e di guardare un po’ più a fondo.
Il metodo psicoanalitico non è spiegato, è in atto. Lo si vede nel suo svolgersi.
E io, trepidante, ho seguito Freud nel suo percorso che non è unidirezionale, in cui le tappe non sono fatte una volta per tutte. Nel suo procedere ricorsivo, Freud ritorna sul già detto, ridicendo, compendiando, approfondendo. È come se in realtà ogni volta dicesse qualcosa di nuovo.
Come si procede nel mio lavoro di costruzione di sistemi informatici: si analizza, si progetta, si mette in atto l’idea; e mettere in atto l’idea porta a vedere elementi che non si erano visti in precedenza e che mutano (allargano, approfondiscono) il panorama che ci si era formati. E si riprende in mano l’analisi e la si prosegue. E questo ha un effetto sul progetto e via dicendo.
Un procedimento ricorsivo. In cui non esiste il concetto di definitivo, esiste invece, e questo sì è fondamento, un metodo di indagine che proprio per il fatto di poter tornare su un pensiero già sviluppato (e anche su un sogno già raccontato, su un’associazione già indagata), allarga i significati e ridisegna il paesaggio.
E allora una lettrice appassionata può vedere ciò che prima non aveva distinto, può capire ciò che prima non aveva compreso, può godersi questo viaggio fatto di cammino e di soste, di scoperte e di ritorni…


Marah Dolfi
L'uomo Mosè e la religione monoteistica. Primo saggio

                                                                                                                             

L’ultima delle opere maggiori di Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica” ebbe una composizione ed una pubblicazione in più fasi, diviso in tre saggi: i primi due, “Mosè egizio” e “Se Mosè era egizio…”, apparsi sulla rivista Imago nel 1937, il terzo e più lungo pubblicato con gli altri due nell’autunno del 1938, quando Freud era esule a Londra.

Il libro ebbe un’accoglienza quanto meno controversa: la tesi che Mosè fosse in realtà un egiziano e che il monoteismo fosse in realtà originato dal culto monoteistico del dio Aton introdotto dal faraone Akhenaton, fu rigettata quasi unanimemente dagli studiosi della Bibbia, come manipolazione arbitraria di dubbi dati storici, nonché dagli antropologi e dagli storici delle religioni in quanto basato su ipotesi antropologiche ormai superate. Con il risultato, come afferma Yerushalmi, che “L’uomo Mosè e la religione monoteistica” fu trattato da molti come documento psicologico di Freud stesso, da sottoporre a esegesi psicoanalitica... Per molti fu infatti considerato come espressione della profonda ambivalenza di Freud nei confronti del proprio ebraismo. Altri sono andati oltre, suggerendo che quest’opera rappresenti la risoluzione del complesso edipico di Freud, in quanto ripudiando la propria identità ebraica ripudia il padre.

Yerushalmi, nel suo libro “Freud’s Moses..”, offre un’altra interpretazione dell’atteggiamento di Freud verso l’ebraismo, la sua famiglia ed il proprio essere ebreo. Egli sostiene infatti che Freud prendesse pubblicamente le distanze dall’ebraismo, preoccupato che la nascente scienza psicanalitica potesse essere considerata “un affare da ebrei”, piuttosto che come scienza universale; ma che in privato egli provasse un profondo senso di solidarietà con gli altri ebrei. E che sotto l’avvento ed il trionfo del Nazismo, per Freud fosse giunto il momento di scrivere il suo primo ed unico libro ebreo, per tentare di rispondere al quesito senza risposta su cosa lo rendesse ebreo. E per fare questo, all’età di 78 anni si accinge ad obbedire al mandato che suo padre gli aveva affidato a 35 anni: ritorna alla Bibbia. Nel fare ciò, si potrebbe dire che Freud fa un atto di obbedienza al padre mantenendo però allo stesso tempo la propria indipendenza filiale con una radicale reinterpretazione del mito biblico.

Il primo saggio, Mosè egizio, è centrato sulla questione delle origini di Mosè. Per supportare l’ipotesi che Mosè fosse in realtà un egizio, Freud inizia citando Breasted, il quale affermava che il nome Mosè è semplicemente la parola egiziana “mose” che significa fanciullo, ed è la contrazione di forme nominali più complesse, ad esempio Amon-mose, che sta a indicare “Amon ha donato un figlio”. Il padre di Mosè probabilmente prefisse al nome del figlio quello di un dio egizio, che si perdette gradualmente nell’uso corrente, finchè il fanciullo venne chiamato solo Mosè.

Freud afferma inoltre che coloro che hanno tracciato le origini egiziane del nome Mosè, dovrebbero almeno aver considerato la possibilità che il portatore di un nome egiziano potesse essere, per l’appunto, egiziano. Eppure nel caso di Mosè nessuno ha tratto questa conclusione. Freud stesso ammette che forse il motivo che l’ha impedito è “il timore di venir meno al rispetto per la tradizione biblica…. e per l’enormità dell’affermazione….”.

Si può considerare esile questa prima argomentazione, anche in considerazione del fatto che nella storia gli ebrei hanno spesso adottato i nomi dei luoghi nei quali hanno vissuto. Inoltre, secondo la narrazione biblica, il bambino fu allevato da una principessa egizia, per cui è plausibile che al bambino fosse stato dato un nome egiziano.

Freud presenta un’altra argomentazione a sostegno della sua ipotesi. E lo fa citando Otto Rank, che nel libro “Il mito della nascita dell’eroe” mette in rilievo la somiglianza delle strutture narrative delle leggende che glorificano gli eroi, ed in particolare alcuni tratti comuni, come la nascita aristocratica, la condanna del nascituro da parte del padre, il suo salvataggio da parte di persone umili o animali, il suo riscatto con la vendetta sul padre, ed il raggiungimento di fama e grandezza. Psicoanaliticamente, come Freud stesso dice, questo mito ha la struttura del cosiddetto “romanzo familiare” del fanciullo: “le due famiglie del mito, la nobile e la umile, sono perciò entrambe riflessi della famiglia autentica, quale appare al bambino in momenti successivi della sua vita”.

Ma qual è il nesso con il fatto che Mosè potrebbe essere Egizio? Freud ci fa notare la contraddizione tra la classica struttura del mito dell’eroe ed il racconto biblico su Mosè. Infatti nella struttura classica i veri genitori dell’eroe sono aristocratici, mentre coloro che lo salvano e allevano sono di umili origini. Ma Mosè, figlio di ebrei schiavi, viene salvato dalla principessa egiziana e allevato a corte. Come possiamo spiegare questa discrepanza? Secondo Freud possiamo supporre che qualche adattatore della leggenda abbia tentato di introdurre nella storia di Mosè la classica struttura del mito, che però non era applicabile così linearmente alla sua storia. Anche questo criterio quindi non dà risultati certi sull’identità di Mosè. A questo punto Freud ci suggerisce un altro criterio con cui vagliare la leggenda dell’esposizione. Secondo l’interpretazione psicanalitica, le due famiglie del mito (aristocratica ed umile) sono in realtà la stessa cosa, ma se parliamo della realtà, di un personaggio storico, una delle famiglie è reale, quella in cui l’eroe è cresciuto (quella umile) e l’altra è fittizia (quella aristocratica). Successivamente Freud afferma che in tutti i casi che ci sono stati tramandati la prima famiglia è quella fittizia e la seconda reale, Questo dimostrerebbe chiaramente che Mosè è quindi egiziano.

Per molti lettori la conclusione cui giunge Freud è perlomeno speculativa, se non una reductio ed absurdum (Bernstein).

Comunque per Freud questa conclusione getta una nuova luce sulla storia di Mosè, in quanto di solito un eroe si eleva al di sopra delle sue umili origini, mentre in questo caso la vita eroica di Mosè inizia quando egli scende dalle altezze in cui si trovava e si abbassa fino ai figli di Israele. (Il che conferirebbe, secondo un altro punto di vista, gran valore al popolo di Israele, se pensiamo che un aristocratico scende dal trono per diventarne il condottiero).

Il saggio si conclude con dei dubbi sull’accoglienza di queste ipotesi, dicendo però che se le prendessimo in considerazione si aprirebbero interessanti nuove prospettive, surrogate da “alcune ipotesi”.

È interessante notare che Freud tenta quindi di sollecitare la curiosità del lettore verso queste nuove ipotesi, di cui però non dice niente di concreto. I lettori dovettero aspettare vari mesi per il saggio successivo, intitolato appunto “Se Mosè era egizio…”.

Bernstein si chiede quindi perché Freud abbia pubblicato questo saggio a suo dire inconcludente, visto che non dà un contributo storico significativo né aggiunge alcunché di sostanziale alla nostra comprensione della psicanalisi. Secondo Bernstein, Freud fu in apprensione per la pubblicazione di questo saggio, e non solo per la consapevolezza della poca evidenza oggettiva a supporto della sua ipotesi. La circospezione che leggiamo in questo saggio potrebbe essere dovuta ad un tentativo di “tastare il terreno” da parte di Freud, che infatti non lascia trapelare niente delle sue ipotesi successive.


 

Bibliografia

 

Yerushalmi, Yosef Hayim. “Freud’s Moses Judaism Terminable and Interminabile”. Yale  University Press, 1991.

Bernstein, Richard J. “Freud and the legacy of Moses”. Cambridge Studies in Religion and Critical Thought. Cambridge University Press, 1998.


Secondo saggio. "Se Mosè era egizio..."

A cura di Sara Funaro



In questo saggio sull’origine di Mosè e del monoteismo ebraico Freud tenta, con uno spirito che potremmo definire quasi di sfida, di dimostrare e proclamare la sua origine ebraica rielaborando alcune supposizioni di storiografi e creando una teoria, che potremmo definire rivoluzionaria, in modo dettagliato e sublime.

Freud, basandosi sul fatto che Mosè è un nome egiziano sostiene che Mosè non era ebreo, ma un nobile egiziano e che il monoteismo ebraico fosse di derivazione egiziana.

In un articolato saggio pone come prove di questa origine alcuni fatti storici sui quali fonda la sua teoria: il primo caso di religione monoteista nella storia dell’umanità non è l’ebraismo ma avviene durante il regno di Amenofi IV, intorno al 1400 a.c.

Sotto il regno di Amenofi IV della diciottesima dinastia, viene imposta nel suo impero la religione del dio Aton a unico dio universale dello stato, dall’influsso dei sacerdoti del dio sole On e in contrapposizione al dio Amon di Tebe, che era diventato troppo potente. Con forte inflessibilità resiste ai rituali magici e all’illusione della vita dopo la morte, riconosce nell’energia solare la fonte di ogni vita sulla terra e venera in Maat la verità e la giustizia.

Amenofi IV cambia il suo nome in Ekhnaton e fonda una nuova capitale che chiama Akhenaton (orizzonte di Aton) che oggi si chiama Tell el-Amarna. Il suo regno però durò solo diciassette anni e dopo la sua morte la religione di Aton fu abolita.

Dopo un periodo di anarchia si ristabilì un nuovo ordine nell’impero attorno al 1315 a.c. e la riforma di Ekhnaton sembrò un episodio destinato ad essere dimenticato.

Su questi fatti storicamente accertati si inserisce la continuazione ipotetica di Freud che arrischia la conclusione: “se Mosè fu egizio e se egli trasmise agli Ebrei la propria religione, questa fu la religione di Ekhnatòn, la religione di Atòn”.

Altri elementi vengono posti a sostegno dell’ipotesi del Mosè egiziano, seguace della teologia di Akhenaton: un elemento è uno dei nomi, spesso ritrovato, con il quale gli ebrei si riferiscono al proprio Dio, infatti al posto del termine tabù (indicato dal tetragramma YHWH) che non può essere pronunciato ad alta voce, che è Adonai, il quale ha la stessa radice (adon) del dio solare Aton, essendo le lettere t e d  intercambiabili nelle radici etimologiche, perciò Adon e Aton sono la stessa cosa e secondo quanto afferma Freud:

“La professione di fede ebraica suona, com’è noto: << shemà Yisrael Adonay Elohenu Adonay Echod>>.... potrebbe essere così tradotta così la formula ebraica testé menzionata: <<ascolta Israele, il nostro dio Aton (Adonay) è l’unico dio>>”.

Una ulteriore  fondamentale questione sulla quale Freud ritorna più volte è quella della circoncisione: “Mosè non diede solo una nuova religione agli ebrei, con pari sicurezza si può affermare che egli introdusse presso di loro la consuetudine della circoncisione. Questo fatto ha un significato decisivo per il nostro problema e non è stato quasi mai preso in considerazione”. Freud prosegue affermando che la consuetudine di circoncidersi venisse dagli Egizi, come si ritrova dai reperti sulle mummie o dalle raffigurazioni sulle pareti delle tombe, mentre le tribù semite prima dell’avvento di Mosè, non avevano la consuetudine di circoncidersi.

Freud ipotizza la dipendenza del monoteismo ebraico da quello egizio ma fa di Mosè il fondatore del monoteismo ebraico, perciò non si tratta di una religione rivelata ma si potrebbe azzardare “inventata”. Il tratto della circoncisione è dunque ciò che permette l’identificazione come ebreo, il riconoscersi come appartenente ad un popolo eletto, è segno della predilezione di un dio: “...ancor più strana è l’idea che un dio tutt’a un tratto scelga un popolo, dichiarandolo suo popolo e dichiarando sé stesso suo dio. Io credo che sia l’unico caso del genere nella storia delle religioni umane. Altrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi, sono sin dall’inizio una sola cosa..”

Le persone che uscirono dall’Egitto erano costituite, per una componente, da una parte della società egiziana, erede della riforma di Amenofi IV, fedele alla teologia monoteista, e per l’altra componente, da un insieme variegato di tribù, per la maggioranza semitiche, che avevano trascorso molti decenni in Egitto che parlavano lingue e dialetti diversi. Non si trattava di un popolo omogeneo ed è per questo che il racconto biblico testimonia la grande difficoltà di tenere unito questo insieme di persone e soprattutto la difficoltà di Mosè a mantenere un’egemonia. Viene notato inoltre che la componente egizia di questo insieme di persone, ovvero gli eredi del culto di Aton, fossero quelli che la tradizione ebraica chiama Leviti e che Mosè ne fosse il capo. I Leviti erano la gente di Mosè, tanto che successivamente solo tra loro comparvero nomi egizi.

Infine Freud, rifacendosi alla tesi di Sellin (colta dalle allusioni nei libri dei Profeti), archeologo biblico, afferma che i discepoli di Mosè, i quali non erano capaci di sopportare una religione così fortemente spiritualizzata, sentendosi tenuti sotto la tutela e sminuiti, si ribellarono e uccisero Mosè. Perciò il monoteismo di Mosè e di Ekhnaton trovarono il medesimo destino: gli ebrei tentando di eliminarlo con l’uccisione di Mosè e gli egiziani attendendo il destino e sbarazzandosi del culto di Aton con la scomparsa del faraone.

Principi etici come la giustizia e la benevolenza di un dio unico ed universale, il perdono dei peccati, l’uguaglianza tra gli uomini, il divieto di uccidere, non rubare, non commettere adulterio ecc. riappariranno successivamente con i profeti ebrei.

Se consideriamo valida l’ipotesi secondo cui l’impero dei faraoni fu la causa dell’emergere del monoteismo, vediamo che questa idea nonostante sia passata ad un altro popolo, è fatta propria da questo, anche dopo un lungo periodo di latenza, ed è custodita come un tesoro prezioso e soprattutto mantiene vivo questo popolo dandogli l’orgoglio di essere l’eletto. Ma la cosa che più risalta e che ci affascina è come Freud abbia riportato circa 3500 anni di storia e il fatto che sia attendibile o no da un punto di vista storico non ci interessa, ma ciò che in realtà è interessante è come egli riesca a creare una traccia, un segno di qualcosa di dimenticato, di rimosso e fa ancora più effetto essendo la traccia estremamente antica, poiché ognuno di noi vive anche delle tracce, dei pezzi di storia significanti, simbolici che si sono costituiti nella nostra storia ed è attraverso la scrittura, attraverso la memoria storica che viene conservato anche qualcosa che resta in parte sconosciuto ed enigmatico.

In conclusione vorremmo osare un’idea che potrebbe sembrare alquanto bizzarra: forse uno dei motivi per i quali l’ipotesi dell’origine egiziana del monoteismo ebraico non viene sostenuta da molti e soprattutto rifiutata da una parte del popolo ebraico, è legato al fatto che se riconosciamo l’origine egiziana dovremmo nello stesso tempo riconoscere un legame originario con la religione mussulmana e perciò una fratellanza con il popolo arabo e questo potrebbe far svanire i motivi ideologici e religiosi che vengono addotti a pretesto della “guerra santa” in Palestina e porterebbe ad una pacifica convivenza tra popoli che avrebbero diritto alla stessa terra avendo le stesse origini e questo non coincide con i piani politici ed economici e soprattutto è inconciliabile con l’attuale fondamentalismo religioso presente sul territorio israeliano e palestinese. Inoltre l’uno e l’altro popolo dovrebbero ricostruirsi un’identità collettiva totalmente nuova e sorge spontaneo l’interrogativo: in  quale popolo identificherebbero il nemico?

 

Sara Funaro e Daniela Magno

 

BIBLIOGRAFIA

Freud S., 1930-38, Opere 11, Bollati Boringhieri, 2006

SITI CONSULTATI

http://www.psicoanalisitorino.net/iltestamentodifreud.PDF.pdf

http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=90260


Rozana Krroqi

L'uomo Mosè e la religione monoteistica.




Freud nella sua lettera ad Arnold Zweig, domanda ancora una volta che cosa è diventato l’Ebreo, e perché si è attirato questo odio perenne. “In che cosa consista la vera natura di una tradizione e su che cosa poggi il suo particolare potere, come sia impossibile negare l’influsso personale di alcuni grandi uomini sulla storia mondiale, che delitto contro la grandiosa multiformità della vita umana commetta chi conosce solo motivi provocati dai bisogni materiali, da quali sorgenti certe idee, soprattutto quelle religiose, traggano la forza con cui soggiogano sia gli individui che i popoli: studiare tutto questo nel caso particolare della storia ebraica, sarebbe un’impresa affascinante”(pagg. 61 – 62). Freud cosi sviluppò la sua discussione sulle origini dell’ebraismo nel libro: “L’uomo Mosè e la religione monoteistica” diviso in tre saggi. Nel primo saggio “Mosè egizio”, seguace di Amenofi IV: la base dell’argomento è fornita dall’analisi linguistica ( il nome Mosè) e dall’indagine comparata del “mito dell’esposizione” dell’eroe. Nel secondo saggio si descrive la morte di Mosè, di cui è responsabile lo stesso popolo ebraico, con la rivolta di Shittim (argomento di Sellin, basato sulla esegesi di un testo biblico, Osea, 12:15, e 13:1-2). Infine nell’ultimo saggio c’è la figura di Mosè, che secondo il quale nel testo biblico risulta figlia di un compromesso, in  cui confluiscono elementi del monoteismo egizio originario ed elementi secondari e deteriori, mutuati da culti semitici locali: con la conseguenza di un dualismo irrisolto che pervade la storia di Israele, in cui si oppongono due immagini di Dio, del culto, dell’impegno etico.

Freud in quest’opera, che occupò i suoi ultimi cinque anni di vita, ci offre una chiave di lettura sia psicoanalitica che storica dei fenomeni religiosi: il riconoscimento cioè di un nucleo di verità storica nello sviluppo della religione. “Non ho più dubitato fin da allora, che è possibile intendere i fenomeni religiosi solamente usando il modello dei sintomi nevrotici individuali a noi familiari, come ritorni di significativi eventi da lungo dimenticati della storia primordiale della famiglia umana; non ho più avuto dubbi che essi debbano il loro carattere coattivo a questa origine, e che dunque agiscono sugli uomini in forza del loro contenuto di verità storica” (pagg. 66 – 67).

Dall’indagine storico – psicologica di Freud emerge che  tra tutti i popoli che nell’antichità  hanno abitato intorno al bacino mediterraneo, il popolo ebraico è all’incirca l’unico che esista ancor oggi di nome e anche di sostanza; esso ha resistito ad avversioni e affrontato sventure con una capacità singolare, ha sviluppato un certo carattere e s’è guadagnato l’odio di tutti gli altri popoli. Perché tutta questa vitalità degli Ebrei e come il loro carattere sia connesso con il loro destino?

Freud sottolinea che in rapporto con gli altri popoli gli Ebrei hanno un’ opinione di sé molto elevata, e si considerano superiori, distinti, sovrastanti gli altri. Si considerano veramente il popolo eletto da Dio e “quando uno è dichiarato beniamino di un padre temuto, non ci si deve meravigliare della gelosia dei fratelli.” Gli altri popoli avrebbero allora motivo di dirsi: “Veramente avevano ragione, sono loro il popolo eletto da Dio.” Ma invece di questo accade che la redenzione per mezzo di Gesù Cristo rinforzò soltanto il loro odio per gli Ebrei, mentre gli Ebrei per parte loro non trassero alcun vantaggio dall’essere stati preferiti una seconda volta, dal momento che non riconobbero il redentore.

Freud afferma che fu Mosè, apparentemente per ordine divino, ad accrescere la presunzione degli Ebrei assicurandoli che erano il popolo eletto da Dio e che quest’ultimo li aveva liberato dagli Egizi, scolpendo cosi nel popolo ebraico quest’impronta indelebile.

Freud si chiede com’è possibile che un uomo solo eserciti un’efficacia cosi straordinaria su un popolo, da imprimere loro il suo carattere definitivo e determinare il loro destino per millenni. Lui sottolinea che la tendenza moderna è piuttosto quella di ricondurre gli avvenimenti della storia dell’umanità a fattori nascosti, generali e impersonali, all’influsso determinante dei rapporti economici. Modi di vedere, questi, perfettamente legittimi, ma che danno l’occasione di soffermarci su una significativa discrepanza tra l’atteggiamento del nostro organo di pensiero e l’ordinamento del mondo destinato a essere colto per mezzo del nostro pensiero. Nel caso della genesi del monoteismo, tuttavia  Freud si rifà ad alcun altro fattore esterno oltre quello dello sviluppo di relazioni più intime tra nazioni diverse e dalla costruzione di un grande impero. Viene conservato dunque al “grande uomo” il suo posto nella catena, o meglio nella rete causale. Ma si domanda a quali condizioni gli conferiamo questo titolo onorifico. La bellezza, per esempio, e la forza fisica, per quanto invidiabili possano essere non danno diritto alla “grandezza”. Un uomo eccezionalmente capace in un determinato campo, non per questo può senz’altro essere chiamato un grande uomo. Nemmeno il successo si può scegliere come contrassegno della grandezza, basti pensare a quanti grandi uomini, invece di avere successo finirono in disgrazia. A Freud non  interessa tanto l’essenza del grande uomo quanto la questione del mezzo con cui egli produce effetto sul suo prossimo. Lui si attiene al concetto che il grande uomo opera sul suo prossimo per due vie: con la sua personalità e con l’idea per la quale egli si impegna. Il perché il grande uomo acquisti importanza, sottolinea, è che nella massa degli uomini vi è grande bisogno di autorità da ammirare, a cui inchinarsi, da cui essere dominati, forse anche maltratti. Dalla psicologia dell’individuo  proviene questo bisogno della massa. È la nostalgia del padre insita in ognuno dall’infanzia, dello stesso padre che l’eroe della leggenda si vanta di aver vinto. Tutte le qualità di cui dotiamo il grande uomo sono caratteristiche paterne: la risolutezza dei pensieri, la forza di volontà, l’impeto dell’azione appartengono all’immagine paterna, ma più di tutto l’autonomia e l’indipendenza del grande uomo. “Avremmo dovuto lasciarci guidare letteralmente dalla parola: chi altri se non il padre può essere stato “l’uomo grande” nell’infanzia!” (pag. 122)

Quindi un possente modello paterno, che nella persona di Mosè si chinò verso i poveri servi Ebrei per assicurare loro che erano i sui figli beneamati. E l’effetto esercitato sugli ebrei dalla rappresentazione di un Dio unico, eterno, onnipotente, il quale non disdegnava di contrarre con loro, cosi umili, un patto, e che prometteva di avere cura di loro se rimanevano fedeli al suo culto, dovette essere la spiegazione della loro grandiosità non commisurata. E giacché Mosè  probabilmente aveva introdotto certi aspetti della sua persona, nel carattere del suo Dio, come l’irascibilità e l’inesorabilità fu difficile per loro distinguere l’immagine dell’uomo Mosè da quella del suo Dio. E quando poi essi uccisero questo loro grande uomo, non fecero che ripetere un misfatto che in epoche remote era assurto a legge contro il re divino e che, risaliva a un modello ancora più antico. La grande idea religiosa sostenuta dall’uomo Mosè non gli apparteneva, ma egli l’aveva ripresa da Ekhnatòn, il suo re.

Sebbene il seme del monoteismo non fu solamente merito di Mosè sarebbe una ingiustizia interrompere con Mosè la catena degli eventi causali e trascurare ciò che hanno fatto i suoi successori e prosecutori, i profeti ebrei. “Il seme del monoteismo non germogliò in Egitto. E lo stesso avrebbe potuto accadere in Isreale quando il popolo si fu scrollato di dosso questa gravosa religione con le sue pretese. Ma dal popolo ebraico si levarono sempre uomini che vivificarono la tradizione che languiva, che rinnovarono gli ammonimenti e le richieste di Mosè e  non si arrestarono prima che la fede perduta fosse ristabilita. Secoli di sforzi e infine due grandi riforme, l’una prima e l’altra dopo l’esilio babilonese, compirono la trasformazione del Dio popolare Yahweh nel Dio che  Mosè aveva imposto agli Ebrei di adorare.”(pag. 123)

Chiaramente, Freud afferma che non basta solamente assicurare a un popolo che è stato scelto dalla divinità, per ottenere effetti psichici duraturi. Nella religione mosaica ci doveva essere la prova dell’esodo dall’Egitto.

Freud si chiede come mai il popolo d’Israele rimase attaccato al suo Dio, in modo tanto più sottomesso quanto più ne era maltrattato. Inoltre nota che i popoli primitivi usavano deporre i loro Dei quando non facevano il loro dovere di garantire la vittoria e la felicità. In ogni epoca i re furono trattati in modo simile agli dei e questo ci dimostra un antica radice comune.

La religione portò agli Ebrei la convinzione che chi credeva in questo Dio partecipava in certo qual modo della sua grandezza. Tra i precetti della religione mosaica c’è anche il divieto di fare immagini di Dio, l’imposizione di adorare un Dio che nessuno può vedere. In questo punto Freud è dell’opinione che Mosè fu ancora più rigoroso della religione di Atòn (il suo Dio cosi non aveva ne nome ne volto).  Penso che sarebbe il caso di sottolineare la differenza sostanziale che c’è tra l’uomo nella religione politeista e l’uomo nella religione monoteista.

Nel primo, come ci insegna la vecchia tradizione greca, la sua natura è permeata da un Dio finito messo in relazione a fenomeni fisici, causati da forze allora sconosciute, quali il tempo, le forze della natura nonché le forze delle passioni. Allorquando le conoscenze umane aumentano, Dio cambia e si trasforma da Dio finito a Dio infinito; si perde dentro di noi e fuori di noi in un universo di razionalità misto con credenza. In modo analogo Freud pospone la percezione sensoriale alla rappresentazione cosiddetta astratta, un trionfo della spiritualità sulla sensibilità, una rinuncia pulsionale con le necessarie conseguenze psicologiche. Questo fenomeno coincide con il cambiamento dell’ordinamento sociale dal matriarcato al patriarcato segnando una vittoria della spiritualità sulla sensibilità, giacchè la maternità è provata dall’attestazione dei sensi, mentre la paternità è ipotetica, costituita su una deduzione e una premessa.

Col divieto mosaico, Dio fu elevato a un grado più alto di spiritualità. E Freud sostiene che tutti questi progressi nella spiritualità hanno la conseguenza di aumentare la presunzione della persona, di renderla orgogliosa, e di farla sentire superiore. Per spiegare questo fenomeno Freud fa riferimento a un caso analogo, tratto dalla psicologia dell’individuo. Lui sottolinea che quando l’Es fa sorgere una richiesta pulsionale di natura erotica o aggressiva, l’Io, che ha a propria disposizione l’apparato di pensiero e quello muscolare, la soddisfi mediante un’azione. Questo soddisfacimento della pulsione viene sentito dall’Io come piacere, e l’insoddisfacimento come dispiacere. Si può presentare il caso in cui si tralascia il soddisfacimento pulsionale per ostacoli esterni. La rinuncia pulsionale può essere ottenuta con la forza anche per ragioni interne. Mentre la rinuncia per cause esterne è solo spiacevole, quella per cause interne, in obbedienza al Super – io[1], ha un effetto economico.  L’io si sente elevato e prova orgoglio per la rinuncia pulsionale come per un atto di grande valore. Quando l’Io offre al Super – io una rinuncia pulsionale, si aspetta in compenso di ricevere più amore. Quindi analogamente si può dire che il grande uomo è quell’autorità per amor della quale l’atto è compiuto, e poiché il grande uomo ha efficacia  in virtù della sua somiglianza con il padre, nella psicologia della massa gli spetta il ruolo del Super – io. E secondo Freud questo varrebbe anche per l’uomo Mosè in rapporto al popolo ebraico. Il progresso spirituale decide contro la diretta percezione dei sensi a favore dei processi intellettuali superiori: e per ogni progresso siffatto gli uomini si sentono orgogliosi e innalzati. E non sappiamo perché accade questo. Dopo succede che la spiritualità sia sopraffatta a sua volta dal fenomeno enigmatico della fede. Freud sostiene che forse l’uomo ritiene più alto semplicemente ciò che è più difficile, e il suo orgoglio è solo narcisismo, accresciuto dalla coscienza di una difficoltà superata. Nella religione della rinuncia pulsionale col divieto di farsi un immagine di Dio, quest’ultimo viene elevato a ideale di perfezione etica. Etica è però limitazione pulsionale e in questo modo la rinuncia pulsionale sembra avere  una parte preminente nella religione.

 Il totemismo, la prima forma di religione, comprende come indispensabili un certo numero di imperativi e divieti, il cui unico significato è quello di rinunce pulsionali. Se prendiamo in esame il concetto di “sacro” risulta che è qualcosa  di molto prezioso e che non può essere toccato e anche tutto ciò che è religioso è sacro. Il divieto sacro ha un tono affettivo fortissimo, ma è privo di fondamento razionale. L’esame di tutti i casi di divieto sacro condurrebbe allo stesso risultato del caso dell’orrore dell’incesto, e cioè che in origine il sacro non è altro che la prosecuzione della volontà del padre primigenio. La volontà del padre era qualcosa di intoccabile, da tenere altamente in onore e anche da temere perché esigeva una dolorosa rinuncia pulsionale.

In sintesi possiamo dire che Mosè è stato un “grande straniero”, un principe egizio che crea il destino del popolo Ebraico, imponendoli il dio del suo faraone sconfitto, un dio comunque di verità e giustizia, astratto e invisibile. E tornando al discorso legato all’etica, i suoi precetti si giustificano razionalmente con la necessità di delimitare i diritti della comunità rispetto al singolo, i diritti del singolo rispetto alla società e quelli degli individui reciprocamente. “Ma ciò che nell’etica, - aggiunge Freud – appare grandioso, misterioso, intuitivo alla maniera mistica, deve questi caratteri alla connessione con la religione, alla provenienza dalla volontà del padre.”



 

 

Debora Banci

Terzo saggio: Mosé, il suo popolo e la religione monoteistica.

Cap. II ,  parag. : E, F,G, H

 

 

 

Con ironia e sarcasmo Freud sottolinea la disarmante semplicità dottrinale di chi ha fede in un supremo Spirito, rispetto al quale tutto viene commisurato in termini di avvicinamento o allontanamento dalla perfezione etica. Aggiunge che le esperienze della vita non mettono nella condizione di accogliere questo atteggiamento di fede incrollabile,  ma nel contempo avanza l'esigenza conoscitiva della modalità in cui questa fede venga prodotta e da dove essa tragga il potere di "contrastare ragione e scienza".

Si torna successivamente al tema sino ad ora esplorato nei paragrafi precedenti e viene posta la domanda da dove tragga origine la specificità del carattere del popolo ebraico. Più di uno sono i motivi rintracciati e che vengono discussi, ma quello che appare ancora oggi più convincente è il fatto che questo popolo sia stato "eletto" da Dio per loro concedere  i suoi favori. Da tale evento appare derivare dunque il fortissimo impegno degli ebrei per il conseguimento di un progresso spirituale sempre più accentuato cosicché sortì come esito la valorizzazione del lavoro intellettuale e, parallelamente, nuove rinunce pulsionali: questa considerazione riconduce all'attività di sublimazione quale contributo che allo sviluppo della civiltà viene dato appunto allorquando le pulsioni vengono frenate e alla loro richiesta di soddisfacimento  è risposto con attività sostitutive.

Tale spiegazione tuttavia non appare a Freud soddisfacente. Egli suggerisce piuttosto l'ipotesi della tradizione di un grande passato, quello cioè della religione mosaica che nel corso del tempo realizzò enorme potere tanto da

"trasformare il Dio Yahweh nel Dio Mosè" ripristinando così la religione di Mosè che era stata abbandonata.

In un contesto esplicitamente psicoanalitico, Freud parla così di un "ritorno al rimosso",  nel senso che, come avviene nella vita di tutti i giorni, vengono recuperati aspetti del passato che rappresentano una esperienza non cosciente. Sottolinea Freud che questo aspetto coinvolge su due fronti il problema qui trattato. Anzitutto, l'aspetto temporale: il ricordo inconscio delle esperienze infantili è assimilabile alla vita psichica di un popolo quando ci si riferisce alla tradizione. In seconda battuta sono da citare i meccanismi che determinano la nevrosi. Il punto centrale qui è il processo della rimozione che l'IO si adopera di attivare per contrastare la forza pulsionale diretta al soddisfacimento.

Dal momento che questa attività di rimozione persiste nel tempo vengono messe in causa meccanismi di soddisfacimento sostitutivo il cui esito è visibile nella forma di sintomi.

Queste considerazioni elaborate sul filo della teoria psicoanalitica sono proposte da Feud per dimostrare che la religione di Mosè ebbe un impatto in positivo sul popolo ebraico solamente nei termini di tradizione. Tale spiegazione, tuttavia, continua a non soddisfare completamente Freud che suggerisce altre possibili modalità di analisi di tipo opposto. Accogliendo il bisogno che ha l'uomo di riferirsi a un Dio come colui che ha creato il mondo, si chiede perché si debba pensare a un Dio solo. Tanto è vero che molti popoli vedevano l'autentica grandiosità del loro Dio proprio nel fatto che egli aveva potere assoluto su altre molteplici divinità.

Coloro che credono affermano che l'unicità di Dio provenga dalla "Verità eterna", a lungo rimasta celata agli uomini e finalmente rivelata agli uomini, che ne sono così affascinati e fortissimamente attratti.

A tale credenza Freud ribatte che l'uomo non è particolarmente perspicace nella individuazione della verità, e che è tendenzialmente volto a ritenere verità ciò che invece è utile a soddisfare i suoi desideri.

Dunque, Freud non crede che vi sia oggi un "grande Dio unico", ma che dal passato remoto emerge un grande personaggio elevato poi a divinità: si tratta pertanto di verità storica ma non di verità materiale.

Freud dunque avanza l'ipotesi che il Dio unico portato da Mosè al popolo non è un fatto nuovo bensì un' esperienza remotissima divenuta inconscia nella memoria umana. Avviene dunque, come in psicoanalisi, che impressioni antiche riemergono a livello inconscio e si rendono produttori di importanti effetti: analogamente è avvenuto, con un effetto coatto, non privo di fondamento, con la credenza di un Dio unico.

Il percorso che conduce al verificarsi di tali affetti è ampiamente analizzato da Freud nel saggio "Totem e tabù": da una organizzazione di vita caratterizzata dal patriarcato si passa alla fase del matriarcato e alla istituzione di un "Totem" che sostituisce il padre. E' particolarmente interessante l'analogia che Freud opera fra la cerimonia dell'abbattimento di un animale - che simboleggia il Totem - e del cibarsi delle sue carni, a significare l'uccisione del padre, con la Cena cristiana.

Il percorso produce successivamente il Totemismo attraverso il citato "ritorno del rimosso" che condurrà al monoteismo in tempi storici. A tale proposito Freud sottolinea che i sedimenti psichici dei tempi trascorsi diventarono una sorta di patrimonio ereditario che fa dunque pensare ad una acquisizione filogenetica.

L'ultimo aspetto che Freud considera nel percorso storico del monoteismo è la nascita del senso di colpa che coglie il popolo per ogni tipo di ostilità verso questo Dio: vengono pertanto attivate sempre ulteriori rinunce pulsionali che hanno come esito un continuo sviluppo etico.

Tale senso di colpa si espande in tutto il mediterraneo secondo l'insegnamento di Paolo di Tarso, il quale afferma che "siamo così infelici perché abbiamo ucciso Dio Padre" e che aggiunge, però, "siamo redenti da ogni colpa dacchè uno di noi ha sacrificato la sua vita per assolverci". Così la verità storica (l'uomo sacrificatosi era il figlio di Dio) dette impulso e rafforzò la fede.

Freud aggiunge che successivamente questo atto cruento e innominabile dell'uccisione fu sostituito da un supposto peccato originale che lascia indubbiamente perplessità per il suo essere oscuro.

La conclusione è che peccato originale e redenzione divennero i fondamenti della nuova fede proposta da Paolo.

Il figlio dunque diviene Dio analogamente al Padre: gli attuali ebrei, conclude Freud rifiutano ancora oggi questa nuova religione.




[1]             Sappiamo già dalla teoria freudiana  che Super – io è rappresentante dei genitori (e degli educatori), che hanno sorvegliato l’attività dell’individuo nel suo primo periodo di vita.


Synapsis 2007 - Bertinoro


Uno scandalo a Colono

seminario condotto da Adalinda Gasparini, tutor Valentina Paradisi

con Emiliano Cori, Laura Gandolfi, Anna Magdalena Giannetti, Giorgina Pilozzi, Silvia Potì, Maria Adelaide Povia



 RELAZIONE FINALE DEI PARTECIPANTI - PRESENTATA IL 22 SETTEMBRE 2007

1. Introduzione

Il nostro seminario è stato caratterizzato da uno scambio interdisciplinare: psicoanalisi e letteratura, come Freud e Sofocle, si incontrano primariamente nel linguaggio. I testi freudiani relativi all’arte, il saggio su Leonardo e quello sul perturbante, e Costruzioni in analisi, hanno costituito la nostra base teorica di partenza; il metodo psicoanalitico, nella sua ricchezza metaforica, è stato la nostra chiave di lettura del tema dello scandalo che in modi diversi si è intrecciato agli argomenti affrontati e discussi nelle lezioni del mattino. La metafora freudiana è infatti di per sé la costruzione di un complesso linguistico in grado di descrivere il soggetto-in-contraddizione, e le sue stratificazioni significanti che nel nodo centrale dello scandalo trovano espressione.

 

2. Edipo è la pietra angolare della psicoanalisi.

La struttura edipica può essere letta come scheletro della psiche: come scrive Jean Starobinski, “Edipo per Freud non ha inconscio perché è l’inconscio. [1]
Edipo che dopo l’oracolo di Delfi fugge da Corinto è la metafora di ogni individuo che fugge da ciò che teme per poi ritrovarlo davanti a sé.

La sfinge che incontra, e che fa sprofondare in un abisso dopo averne sciolto l’enigma, è un essere chimerico appartenente all’ordine precedente, quello caotico. Il compito dell’eroe è dunque ridurre il caos rispetto al cosmo: è il colonizzatore attraverso l’intelletto, l’eroe civilizzatore solutore di enigmi. Per questo motivo la conflittualità edipica può essere vista come articolazione del tempo. La violenza tra le generazioni è necessaria alla scansione temporale come già evidente nel mito greco. Una linea di ricerca che riguarda il rapporto tra generazioni e lo scandalo dell’incontro con l’altro ha dato avvio a due diversi progetti: il primo si propone di indagare i rapporti familiari nell’universo di Macondo di Cien Años de Soledad di Gabriel García Màrquez e la possibilità di un progresso; il secondo esplora El tunel di Ernesto Sàbato in cui l’uccisione della madre da parte dell’artista diventa necessaria per una doppia rinascita. 

L’uccisione del padre rappresenta il non saper aspettare da parte di Edipo il proprio momento di ascesa al trono e metaforicamente il non saper aspettare il tempo dell’avvicendamento, struttura che ritroviamo come meccanismo narrativo di base della tragedia shakespiriana (Macbeth, Hamlet). Ma la duplice colpa di Edipo è ovviamente anche la violazione del tabù dell’incesto: tabù che  serve a costringere a pensare sin dall’infanzia che si dovrà uscire di casa e quindi spostare altrove il proprio investimento. Edipo che giace con la madre rappresenta quindi l’incapacità di investire all’esterno.

L’Edipo Re è un’indagine nella quale l’indagatore scopre d’essere il colpevole. Lo scandalo è dentro di noi: è infatti qualcosa che tutti conosciamo e che improvvisamente viene detto e quindi certificato, come emerso nelle conferenze del mattino e in particolare in quella di Gillian Beer. Questa situazione provoca lo spaesamento che ritroviamo nella definizione freudiana di perturbante. In Edipo manca l’intenzionalità cosciente ma non il desiderio. Dunque lo scandalo è una sospensione della certezza rispetto all’intenzionalità.

La maschera insanguinata di Edipo è scandalosa e doppiamente perturbante, per l’intensità emotiva della scena stessa e per l’insolita messa in scena del sangue.  Una riscrittura di Edipo del Seicento inglese, il dramma Oedipus di John Dreyden e Nathaniel Lee, per la sua straordinaria modernità anche nel senso dell’indagine psichica, sarà oggetto di una ricerca dal titolo “Essere freudiani prima di Freud?”.

 

Lo scandalo a Colono è Edipo che, seppur reietto, rivendica il suo diritto a essere riconosciuto come uomo e, in quanto tale, ad avere una giusta sepoltura e a non essere schernito. “So di essere un uomo e che del giorno che spunterà domani, proprio nulla appartiene più a me che non a te” dice Teseo a Edipo. Teseo rappresenta la possibilità non solo di accogliere lo scandalo, e in questo caso accoglierlo addirittura su un terreno sacro, ma di amarlo in quanto simile a noi, in quanto portatore di una verità che ci spaventa e ci appartiene,  riconoscendone la necessità e la forza rigeneratrice. È il punto estremo del meccanismo dell’identificazione narrativa riassunto da Patrizia Lombardo nel concetto di “as if”.

Edipo a Colono è uno scandalo perché sospende la certezza della separazione tra intenzionalità e non intenzionalità, e rende impossibile una netta distinzione tra bene e male, punibile e non punibile (“non guardatemi come se fossi un empio”).

L’identità del personaggio è fragile e molteplice allo stesso tempo, e lo sospende in una zona liminale tra normalità e anormalità che si riflette nel non-luogo della sua sepoltura. Il concetto di luogo di confine come espressione di un’ambiguità ha sollecitato un’idea di ricerca su alcune riscritture contemporanee del teatro di Sofocle in paesi come la Scozia e i Paesi Baschi in cui la lingua e l’identità originaria sono di per sé scandalo.

La scoperta dell’Edipo a Colono, e la sua forza, è che non può esistere una città ben governata finché non si spezza la catena della violenza generazionale, la necessità dell’uccisione del padre (“date riposo al pianto, non svegliatelo. Tutto si compie come deve compiersi”).

 

Il finale dell’Edipo a Colono, l’accettazione dunque di Edipo in quanto uomo con le sue “colpe” e i suoi “peccati”, offre una possibilità di speranza. Un tentativo moderno in tale direzione è dato da Vikram Chandra in Sacred Games. La parabola criminale di Ganesh Gaitonde, eroe/antieroe del romanzo, così come la dilagante corruzione e violenza presenti nella Mumbai contemporanea riprendono metaforicamente l’esperienza stessa di Edipo e permettono l’abolizione delle tradizionali dicotomie di giudizio. Anche qui, parallelamente, lo scandalo viene rappresentato dalla possibilità di un finale positivo nella stessa dinamica di superamento della violenza: “Che cosa resta dopo aver perso la testa? Se non c’è più la mente, il se rimane? Ricorda la parabola che dice che per conoscere il sé bisogna che ci sia un altro sé, un occhio che guarda il sé, che si nutre come un uccello del nettare del mondo.”

A partire dalle parti narrative dedicate a Gaitonde come un’autobiografia interna al romanzo, abbiamo discusso sulla relazione tra scandalo e narrazione del sé pensando ad una linea di ricerca che esplori diversi autori da Sant’Agostino ai contemporanei.  

 

3. Psicoanalisi come scandalo

Per quanto riguarda la parte più teorica della nostra riflessione, riprendendo il discorso inaugurale, la stessa psicoanalisi può essere considerata petra scandali. Dopo la rivoluzione copernicana e le scoperte scientifiche di Darwin, l’indagine dell’inconscio come cuore della teoria freudiana ha portato a compimento il percorso di ferita narcisistica inflitta all’uomo, non più padrone della sua coscienza.

Scegliendo l’inconscio come luogo della vera realtà psichica, scegliamo di azzerare le coordinate spazio-temporali, all’interno di una logica che procede per generalizzazioni e simmetrie, che confonde presente, passato e futuro e le connotazioni spaziali. L’inconscio è per definizione astorico e in questo direttamente connesso al mito, in un continuo dialogo con la coscienza,  come sviluppato da Ignacio Matte Blanco nel suo testo sulla bi-logica[2]. In questo senso non vi è una distinzione netta tra volontarietà e involontarietà, tra normalità e patologia, tra colpa e innocenza, come rappresentato dall’eroe di Sofocle. Questa indistinzione e’ di per sé fonte di scandalo, come lo è la stessa costruzione freudiana nel suo portare alla luce aspetti noti ma indicibili della psiche umana. In questo senso la psicoanalisi puo’ essere definita perturbante, se pensiamo ad essa a partire dall’ambiguità semantica del termine tedesco, unheimlich. La relazione di reciproca necessità tra unheimlich e il suo contrario heimlich è la stessa che lega indissolubilmente coscienza  e inconscio.

Nel saggio di Freud  del 1919 si legge: “ (…) siamo avvertiti che questo termine heimlich non è univoco, ma appartiene a due cerchie di rappresentazioni che, senza essere antitetiche, sono tuttavia parecchio estranee l’una all’altra: quella della familiarità, dell’agio, e quella del nascondere, del tenere celato (…). Infatti questo elemento perturbante non è in realtà niente di nuovo o di estraneo, ma è invece un che di familiare alla vita psichica fin dai tempi antichissimi e ad essa estraniatosi soltanto a causa del processo di rimozione”. Lo stesso Edipo con la sua vicenda è di per sé perturbante.

Rispetto alla teoria letteraria, ricordiamo soltanto l’uso fondamentale che ne ha fatto Torodov nel suo saggio sul fantastico del 1970 [3] dove l’incertezza tra mondo reale e mondo soprannaturale è di nuovo quell’ambiguità che costituisce lo scandalo. Ma lo scandalo può essere anche nel metodo di indagine, che sceglie il rischio e l’incertezza davanti ad una soluzione definitiva e rassicurante.

 

4. Conclusioni

Di Costruzioni in analisi, in cui Freud nel 1937 riflette non solo sul senso ma anche sulla validità del proprio lavoro, abbiamo voluto cogliere un’idea, già accennata nel saggio, o “romanzo psicoanalitico”, su Leonardo: dall’inibizione a concludere dell’artista vista come mancanza si arriva nel ‘37 all’affermazione più generale di un obiettivo non raggiungibile in modo definitivo, del valore appunto della costruzione rispetto all’interpretazione, che accomuna a un livello profondo analista e studioso di letteratura (o di arte): “egli deve indovinare ciò che è stato dimenticato dalle tracce che ha lasciato dietro di sé, o, più correttamente, deve costruirlo”. È necessario accettare l’incompletezza, l’incrinatura dell’ideale di un’interpretazione esaustiva, dei fenomeni psichici, dell’inconscio o dell’opera d’arte, per affermare un principio di fecondità che apra la strada a una possibile verità condivisa. Dalla parte finale di Costruzioni in analisi, in cui Freud sottolinea il contenuto di verità della follia, ha preso spunto il progetto di ricerca sulla relazione tra scandalo e follia in rapporto alla comunità e alla sua potenzialità di esclusione: il folle è colui che sovverte la legge e viene allontanato, come nel caso di Hamlet.
 

I partecipanti del seminario Emiliano Cori, Laura Gandolfi, Anna Magdalena Giannetti, Giorgina Pilozzi, Silvia Potì, Maria Adelaide Povia.

<>Jean Starobinski, L’Oeil vivant. Essais: Corneille, Racine, Rousseau, Stendhal, Freud, Gallimard, Paris 1961.

Ignacio Matte Blanco, The Unconscious as Infinite Sets. An Essay in Bi-Logic, Duckworth & Company, London 1975.

T
zvetan Todorov, Introduction à la littérature fantastique, Seuil, Paris 1970.


René Thom, Carte du Sens



HOME PAGE