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Seminari
di Adalinda Gasparini Psicoanalisi e Arte
del Racconto—2006-2007 Parole
dal labirinto La
Mela Avvelenata, la Matrigna e la Fata A Gradiva, via delle Belle Donne, 13, Firenze, il
giovedì, dalle 20 alle 21,15, dal 12 aprile
al 31 maggio 2007
temi del corso I.—Presentazioni e note sul travaglio della soggettivazione femminile. II—Non esiste altra donna prima o dopo di me
(Matricidio e figlicidio dal romanzo antico a Biancaneve - Is tresgi bandius, Il sogno di mia
madre) III—Il compito impossibile della figlia
figliastra (Da Psiche a Cenerentola) IV—Svegliata da un bacio o da un figlio che
sugge il seno (Dalla Bella Addormentata a Sole a Luna e Talia) V—L’amante preziosa dimenticata per via (Da Arianna a Janco viso) VI—Uno sposo su misura, di zucchero fino,
granati, perle, farina d’ungheria e altre squisitezze... (Pinto Smalto) VII—La figlia Sfortuna
che dormiva con le braccia in croce (Elaborazione del lutto e nozze regali) VIII—Riflessioni e conclusioni a confronto Bibliografia <>Adalinda
Gasparini, La
luna nella cenere. Analisi del sogno di Cenerentola, Pelle
d'asino, Cordelia. Milano 1999.
Julia Kristeva, Melanie Klein. La madre, la follia. Donzelli Editore, Roma 2006. |
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Marah
Dolfi
L'uomo Mosè e la religione monoteistica. Primo saggio
Secondo saggio. "Se Mosè era egizio..."
In
questo saggio sull’origine
di Mosè e del monoteismo ebraico Freud tenta, con uno spirito
che potremmo
definire quasi di sfida, di dimostrare e proclamare la sua origine
ebraica
rielaborando alcune supposizioni di storiografi e creando una teoria,
che
potremmo definire rivoluzionaria, in modo dettagliato e sublime.
Freud,
basandosi sul fatto che Mosè è un nome egiziano sostiene
che Mosè non era
ebreo, ma un nobile egiziano e che il monoteismo ebraico fosse di
derivazione
egiziana.
In un
articolato saggio pone come prove di questa origine alcuni fatti
storici sui
quali fonda la sua teoria: il primo caso di religione monoteista nella
storia
dell’umanità non è l’ebraismo ma avviene durante il regno
di Amenofi IV,
intorno al
Sotto il
regno di Amenofi IV della diciottesima dinastia, viene imposta nel suo
impero
la religione del dio Aton a unico dio universale dello stato,
dall’influsso dei
sacerdoti del dio sole On e in contrapposizione al dio Amon di Tebe,
che era
diventato troppo potente. Con forte inflessibilità resiste ai
rituali magici e
all’illusione della vita dopo la morte, riconosce nell’energia solare
la fonte
di ogni vita sulla terra e venera in Maat la verità e la
giustizia.
Amenofi IV
cambia il suo nome in Ekhnaton e fonda una nuova capitale che chiama
Akhenaton
(orizzonte di Aton) che oggi si chiama Tell el-Amarna. Il suo regno
però durò
solo diciassette anni e dopo la sua morte la religione di Aton fu
abolita.
Dopo un
periodo di anarchia si ristabilì un nuovo ordine nell’impero
attorno al
Su questi
fatti storicamente accertati si inserisce la continuazione ipotetica di
Freud
che arrischia la conclusione: “se Mosè fu egizio e se egli
trasmise agli Ebrei
la propria religione, questa fu la religione di Ekhnatòn, la
religione di
Atòn”.
Altri
elementi vengono posti a sostegno dell’ipotesi del Mosè
egiziano, seguace della
teologia di Akhenaton: un elemento è uno dei nomi, spesso
ritrovato, con il
quale gli ebrei si riferiscono al proprio Dio, infatti al posto del
termine
tabù (indicato dal tetragramma YHWH) che non può essere
pronunciato ad alta
voce, che è Adonai, il quale ha la stessa radice (adon) del dio
solare Aton,
essendo le lettere t e d intercambiabili
nelle radici etimologiche, perciò Adon e Aton sono la stessa
cosa e secondo
quanto afferma Freud:
“La
professione di fede ebraica suona, com’è noto: << shemà Yisrael Adonay Elohenu Adonay Echod>>....
potrebbe
essere così tradotta così la formula ebraica testé
menzionata: <<ascolta Israele, il nostro dio Aton
(Adonay)
è l’unico dio>>”.
Una
ulteriore fondamentale questione sulla
quale Freud ritorna più volte è quella della
circoncisione: “Mosè non diede solo una nuova
religione
agli ebrei, con pari sicurezza si può affermare che egli
introdusse presso di
loro la consuetudine della circoncisione. Questo fatto ha un
significato
decisivo per il nostro problema e non è stato quasi mai preso in
considerazione”.
Freud prosegue affermando che la consuetudine di circoncidersi
venisse
dagli Egizi, come si ritrova dai reperti sulle mummie o dalle
raffigurazioni
sulle pareti delle tombe, mentre le tribù semite prima
dell’avvento di Mosè,
non avevano la consuetudine di circoncidersi.
Freud
ipotizza la dipendenza del monoteismo ebraico da quello egizio ma fa di
Mosè il
fondatore del monoteismo ebraico, perciò non si tratta di una
religione
rivelata ma si potrebbe azzardare “inventata”. Il tratto della
circoncisione è
dunque ciò che permette l’identificazione come ebreo, il
riconoscersi come
appartenente ad un popolo eletto, è segno della predilezione di
un dio: “...ancor più strana è l’idea che un
dio
tutt’a un tratto scelga un popolo, dichiarandolo suo popolo e
dichiarando sé
stesso suo dio. Io credo che sia l’unico caso del genere nella storia
delle
religioni umane. Altrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi,
sono sin
dall’inizio una sola cosa..”
Le persone
che uscirono dall’Egitto erano costituite, per una componente, da una
parte
della società egiziana, erede della riforma di Amenofi IV,
fedele alla teologia
monoteista, e per l’altra componente, da un insieme variegato di
tribù, per la
maggioranza semitiche, che avevano trascorso molti decenni in Egitto
che
parlavano lingue e dialetti diversi. Non si trattava di un popolo
omogeneo ed è
per questo che il racconto biblico testimonia la grande
difficoltà di tenere
unito questo insieme di persone e soprattutto la difficoltà di
Mosè a mantenere
un’egemonia. Viene notato inoltre che la componente egizia di questo
insieme di
persone, ovvero gli eredi del culto di Aton, fossero quelli che la
tradizione
ebraica chiama Leviti e che Mosè ne fosse il capo. I Leviti
erano la gente di
Mosè, tanto che successivamente solo tra loro comparvero nomi
egizi.
Infine
Freud, rifacendosi alla tesi di Sellin (colta dalle allusioni nei libri
dei
Profeti), archeologo biblico, afferma che i discepoli di Mosè, i
quali non
erano capaci di sopportare una religione così fortemente
spiritualizzata,
sentendosi tenuti sotto la tutela e sminuiti, si ribellarono e uccisero
Mosè.
Perciò il monoteismo di Mosè e di Ekhnaton trovarono il
medesimo destino: gli
ebrei tentando di eliminarlo con l’uccisione di Mosè e gli
egiziani attendendo
il destino e sbarazzandosi del culto di Aton con la scomparsa del
faraone.
Principi
etici come la giustizia e la benevolenza di un dio unico ed universale,
il
perdono dei peccati, l’uguaglianza tra gli uomini, il divieto di
uccidere, non
rubare, non commettere adulterio ecc. riappariranno successivamente con
i
profeti ebrei.
Se
consideriamo valida l’ipotesi secondo cui l’impero dei faraoni fu la
causa
dell’emergere del monoteismo, vediamo che questa idea nonostante sia
passata ad
un altro popolo, è fatta propria da questo, anche dopo un lungo
periodo di
latenza, ed è custodita come un tesoro prezioso e soprattutto
mantiene vivo
questo popolo dandogli l’orgoglio di essere l’eletto. Ma la cosa che
più
risalta e che ci affascina è come Freud abbia riportato circa
3500 anni di
storia e il fatto che sia attendibile o no da un punto di vista storico
non ci
interessa, ma ciò che in realtà è interessante
è come egli riesca a creare una
traccia, un segno di qualcosa di dimenticato, di rimosso e fa ancora
più
effetto essendo la traccia estremamente antica, poiché ognuno di
noi vive anche
delle tracce, dei pezzi di storia significanti, simbolici che si sono
costituiti nella nostra storia ed è attraverso la scrittura,
attraverso la
memoria storica che viene conservato anche qualcosa che resta in parte
sconosciuto ed enigmatico.
In
conclusione vorremmo osare un’idea che potrebbe sembrare alquanto
bizzarra:
forse uno dei motivi per i quali l’ipotesi dell’origine egiziana del
monoteismo
ebraico non viene sostenuta da molti e soprattutto rifiutata da una
parte del
popolo ebraico, è legato al fatto che se riconosciamo l’origine
egiziana
dovremmo nello stesso tempo riconoscere un legame originario con la
religione
mussulmana e perciò una fratellanza con il popolo arabo e questo
potrebbe far
svanire i motivi ideologici e religiosi che vengono addotti a pretesto
della
“guerra santa” in Palestina e porterebbe ad una pacifica convivenza tra
popoli
che avrebbero diritto alla stessa terra avendo le stesse origini e
questo non
coincide con i piani politici ed economici e soprattutto è
inconciliabile con
l’attuale fondamentalismo religioso presente sul territorio israeliano
e
palestinese. Inoltre l’uno e l’altro popolo dovrebbero ricostruirsi
un’identità
collettiva totalmente nuova e sorge spontaneo l’interrogativo: in quale popolo identificherebbero il nemico?
Sara Funaro
e Daniela Magno
BIBLIOGRAFIA
Freud S.,
1930-38, Opere 11, Bollati
Boringhieri, 2006
SITI
CONSULTATI
http://www.psicoanalisitorino.net/iltestamentodifreud.PDF.pdf
Terzo
saggio:
Mosé, il suo popolo e
Cap. II , parag. : E, F,G, H
Con
ironia e sarcasmo Freud sottolinea la disarmante semplicità
dottrinale di chi
ha fede in un supremo Spirito, rispetto al quale tutto viene
commisurato in
termini di avvicinamento o allontanamento dalla perfezione etica.
Aggiunge che
le esperienze della vita non mettono nella condizione di accogliere
questo atteggiamento
di fede incrollabile, ma nel contempo
avanza l'esigenza conoscitiva della modalità in cui questa fede
venga prodotta
e da dove essa tragga il potere di "contrastare ragione e scienza".
Si
torna successivamente al tema sino ad ora esplorato nei paragrafi
precedenti e
viene posta la domanda da dove tragga origine la specificità del
carattere del
popolo ebraico. Più di uno sono i motivi rintracciati e che
vengono discussi,
ma quello che appare ancora oggi più convincente è il
fatto che questo popolo sia
stato "eletto" da Dio per loro concedere i
suoi favori. Da tale evento appare derivare
dunque il fortissimo impegno degli ebrei per il conseguimento di un
progresso
spirituale sempre più accentuato cosicché sortì
come esito la valorizzazione
del lavoro intellettuale e, parallelamente, nuove rinunce pulsionali:
questa
considerazione riconduce all'attività di sublimazione quale
contributo che allo
sviluppo della civiltà viene dato appunto allorquando le
pulsioni vengono
frenate e alla loro richiesta di soddisfacimento è
risposto con attività sostitutive.
Tale
spiegazione tuttavia non appare a Freud soddisfacente. Egli suggerisce
piuttosto
l'ipotesi della tradizione di un grande passato, quello cioè
della religione
mosaica che nel corso del tempo realizzò enorme potere tanto da
"trasformare
il Dio Yahweh nel Dio Mosè" ripristinando così la
religione di Mosè che
era stata abbandonata.
In
un contesto esplicitamente psicoanalitico, Freud parla così di
un "ritorno
al rimosso", nel senso che, come
avviene nella vita di tutti i giorni, vengono recuperati aspetti del
passato
che rappresentano una esperienza non cosciente. Sottolinea Freud che
questo
aspetto coinvolge su due fronti il problema qui trattato. Anzitutto,
l'aspetto
temporale: il ricordo inconscio delle esperienze infantili è
assimilabile alla
vita psichica di un popolo quando ci si riferisce alla tradizione. In
seconda
battuta sono da citare i meccanismi che determinano la nevrosi. Il
punto
centrale qui è il processo della rimozione che l'IO si adopera
di attivare per
contrastare la forza pulsionale diretta al soddisfacimento.
Dal
momento che questa attività di rimozione persiste nel tempo
vengono messe in
causa meccanismi di soddisfacimento sostitutivo il cui esito è
visibile nella
forma di sintomi.
Queste
considerazioni elaborate sul filo della teoria psicoanalitica sono
proposte da
Feud per dimostrare che la religione di Mosè ebbe un impatto in
positivo sul
popolo ebraico solamente nei termini di tradizione. Tale spiegazione,
tuttavia,
continua a non soddisfare completamente Freud che suggerisce altre
possibili
modalità di analisi di tipo opposto. Accogliendo il bisogno che
ha l'uomo di
riferirsi a un Dio come colui che ha creato il mondo, si chiede
perché si debba
pensare a un Dio solo. Tanto è vero che molti popoli vedevano
l'autentica
grandiosità del loro Dio proprio nel fatto che egli aveva potere
assoluto su
altre molteplici divinità.
Coloro
che credono affermano che l'unicità di Dio provenga dalla
"Verità
eterna", a lungo rimasta celata agli uomini e finalmente rivelata agli
uomini, che ne sono così affascinati e fortissimamente attratti.
A
tale credenza Freud ribatte che l'uomo non è particolarmente
perspicace nella
individuazione della verità, e che è tendenzialmente
volto a ritenere verità
ciò che invece è utile a soddisfare i suoi desideri.
Dunque,
Freud non crede che vi sia oggi un "grande Dio unico", ma che dal
passato remoto emerge un grande personaggio elevato poi a
divinità: si tratta
pertanto di verità storica ma non di verità materiale.
Freud
dunque avanza l'ipotesi che il Dio unico portato da Mosè al
popolo non è un
fatto nuovo bensì un' esperienza remotissima divenuta inconscia
nella memoria
umana. Avviene dunque, come in psicoanalisi, che impressioni antiche
riemergono
a livello inconscio e si rendono produttori di importanti effetti:
analogamente
è avvenuto, con un effetto coatto, non privo di fondamento, con
la credenza di
un Dio unico.
Il
percorso che conduce al verificarsi di tali affetti è ampiamente
analizzato da
Freud nel saggio "Totem e tabù": da una organizzazione di vita
caratterizzata dal patriarcato si passa alla fase del matriarcato e
alla
istituzione di un "Totem" che sostituisce il padre. E'
particolarmente interessante l'analogia che Freud opera fra la
cerimonia
dell'abbattimento di un animale - che simboleggia il Totem - e del
cibarsi delle
sue carni, a significare l'uccisione del padre, con
Il
percorso produce successivamente il Totemismo attraverso il citato
"ritorno del rimosso" che condurrà al monoteismo in tempi
storici. A
tale proposito Freud sottolinea che i sedimenti psichici dei tempi
trascorsi
diventarono una sorta di patrimonio ereditario che fa dunque pensare ad
una
acquisizione filogenetica.
L'ultimo
aspetto che Freud considera nel percorso storico del monoteismo
è la nascita
del senso di colpa che coglie il popolo per ogni tipo di
ostilità verso questo
Dio: vengono pertanto attivate sempre ulteriori rinunce pulsionali che
hanno
come esito un continuo sviluppo etico.
Tale
senso di colpa si espande in tutto il mediterraneo secondo
l'insegnamento di
Paolo di Tarso, il quale afferma che "siamo così infelici
perché abbiamo
ucciso Dio Padre" e che aggiunge, però, "siamo redenti da ogni
colpa
dacchè uno di noi ha sacrificato la sua vita per assolverci".
Così la
verità storica (l'uomo sacrificatosi era il figlio di Dio) dette
impulso e
rafforzò la fede.
Freud
aggiunge che successivamente questo atto cruento e innominabile
dell'uccisione
fu sostituito da un supposto peccato originale che lascia indubbiamente
perplessità
per il suo essere oscuro.
La
conclusione è che peccato originale e redenzione divennero i
fondamenti della
nuova fede proposta da Paolo.
Il
figlio dunque diviene Dio analogamente al Padre: gli attuali ebrei,
conclude
Freud rifiutano ancora oggi questa nuova religione.
[1]
Sappiamo
già dalla teoria freudiana che
Super –
io è rappresentante dei genitori (e degli educatori), che hanno
sorvegliato
l’attività dell’individuo nel suo primo periodo di vita.
Uno scandalo
a Colono
seminario condotto da
Adalinda Gasparini, tutor
Valentina Paradisi
RELAZIONE FINALE DEI PARTECIPANTI - PRESENTATA IL 22 SETTEMBRE
2007
1. Introduzione
Il nostro seminario è stato caratterizzato
da uno scambio interdisciplinare: psicoanalisi e letteratura, come
Freud e
Sofocle, si incontrano primariamente nel linguaggio. I testi freudiani
relativi
all’arte, il saggio su Leonardo e quello sul perturbante, e Costruzioni
in analisi, hanno costituito
la nostra base teorica di partenza; il metodo psicoanalitico, nella sua
ricchezza metaforica, è stato la nostra chiave di lettura del
tema dello
scandalo che in modi diversi si è intrecciato agli argomenti
affrontati e
discussi nelle lezioni del mattino. La metafora freudiana è
infatti di per sé
la costruzione di un complesso linguistico in grado di descrivere il
soggetto-in-contraddizione, e le sue stratificazioni significanti che
nel nodo
centrale dello scandalo trovano espressione.
2. Edipo è la
pietra angolare della psicoanalisi.
La struttura edipica può essere letta
come scheletro della psiche: come scrive Jean Starobinski, “Edipo per
Freud non
ha inconscio perché è l’inconscio. [1]
Edipo che dopo l’oracolo di Delfi
fugge da Corinto è la metafora di ogni individuo che fugge da
ciò che teme per
poi ritrovarlo davanti a sé.
La sfinge che incontra, e che fa
sprofondare in un abisso dopo averne sciolto l’enigma, è un
essere chimerico
appartenente all’ordine precedente, quello caotico. Il compito
dell’eroe è dunque
ridurre il caos rispetto al cosmo: è il colonizzatore attraverso
l’intelletto,
l’eroe civilizzatore solutore di enigmi. Per questo motivo la
conflittualità
edipica può essere vista come articolazione del tempo. La
violenza tra le
generazioni è necessaria alla scansione temporale come
già evidente nel mito
greco. Una linea di ricerca che riguarda il rapporto tra generazioni e
lo
scandalo dell’incontro con l’altro ha dato avvio a due diversi
progetti: il
primo si propone di indagare i rapporti familiari nell’universo di
Macondo di Cien Años de Soledad di Gabriel
García
Màrquez e la possibilità di un progresso; il secondo
esplora El tunel di Ernesto Sàbato in cui
l’uccisione della madre da parte dell’artista diventa necessaria per
una doppia
rinascita.
L’uccisione del padre rappresenta il non saper
aspettare da parte di Edipo il proprio momento di ascesa al trono e
metaforicamente il non saper aspettare il tempo dell’avvicendamento,
struttura
che ritroviamo come meccanismo narrativo di base della tragedia
shakespiriana (Macbeth, Hamlet). Ma la
duplice colpa di Edipo è ovviamente anche la
violazione del tabù dell’incesto: tabù che serve
a costringere a pensare sin
dall’infanzia che si dovrà uscire di casa e quindi spostare
altrove il proprio
investimento. Edipo che giace con la madre rappresenta quindi
l’incapacità di
investire all’esterno.
L’Edipo
Re è un’indagine nella quale l’indagatore scopre d’essere
il colpevole. Lo
scandalo è dentro di noi: è infatti qualcosa che tutti
conosciamo e che
improvvisamente viene detto e quindi certificato, come emerso nelle
conferenze
del mattino e in particolare in quella di Gillian Beer. Questa
situazione
provoca lo spaesamento che ritroviamo nella definizione freudiana di
perturbante. In Edipo manca l’intenzionalità cosciente ma non il
desiderio.
Dunque lo scandalo è una sospensione della certezza rispetto
all’intenzionalità.
La maschera insanguinata di Edipo è
scandalosa e doppiamente perturbante, per l’intensità emotiva
della scena
stessa e per l’insolita messa in scena del sangue.
Una riscrittura di Edipo del Seicento
inglese, il dramma Oedipus di John
Dreyden e Nathaniel Lee, per la sua straordinaria modernità
anche nel senso
dell’indagine psichica, sarà oggetto di una ricerca dal titolo
“Essere
freudiani prima di Freud?”.
Lo scandalo a Colono è Edipo che,
seppur reietto, rivendica il suo diritto a essere riconosciuto come
uomo e, in
quanto tale, ad avere una giusta sepoltura e a non essere schernito.
“So di
essere un uomo e che del giorno che spunterà domani, proprio
nulla appartiene
più a me che non a te” dice Teseo a Edipo. Teseo rappresenta la
possibilità non
solo di accogliere lo scandalo, e in questo caso accoglierlo
addirittura su un
terreno sacro, ma di amarlo in quanto simile a noi, in quanto portatore
di una
verità che ci spaventa e ci appartiene,
riconoscendone la necessità e la forza rigeneratrice.
È il punto estremo
del meccanismo dell’identificazione narrativa riassunto da Patrizia
Lombardo
nel concetto di “as if”.
Edipo a Colono
è uno scandalo
perché sospende la certezza della separazione tra
intenzionalità e non
intenzionalità, e rende impossibile una netta distinzione tra
bene e male,
punibile e non punibile (“non guardatemi come se fossi un empio”).
L’identità del personaggio è fragile e
molteplice allo stesso tempo, e lo sospende in una zona liminale tra
normalità
e anormalità che si riflette nel non-luogo della sua sepoltura.
Il concetto di
luogo di confine come espressione di un’ambiguità ha sollecitato
un’idea di
ricerca su alcune riscritture contemporanee del teatro di Sofocle in
paesi come
La scoperta dell’Edipo a Colono, e la sua
forza, è che non può esistere una città
ben governata finché non si spezza la catena della violenza
generazionale, la
necessità dell’uccisione del padre (“date riposo al pianto, non
svegliatelo. Tutto
si compie come deve compiersi”).
Il finale dell’Edipo a Colono, l’accettazione
dunque di Edipo in quanto uomo con
le sue “colpe” e i suoi “peccati”, offre una possibilità di
speranza. Un
tentativo moderno in tale direzione è dato da Vikram Chandra in Sacred Games. La parabola criminale di
Ganesh Gaitonde, eroe/antieroe del romanzo, così come la
dilagante corruzione e
violenza presenti nella Mumbai contemporanea riprendono metaforicamente
l’esperienza stessa di Edipo e permettono l’abolizione delle
tradizionali dicotomie
di giudizio. Anche qui, parallelamente, lo scandalo viene rappresentato
dalla
possibilità di un finale positivo nella stessa dinamica di
superamento della
violenza: “Che cosa resta dopo aver perso la testa? Se non c’è
più la mente, il
se rimane? Ricorda la parabola che dice che per conoscere il sé
bisogna che ci
sia un altro sé, un occhio che guarda il sé, che si nutre
come un uccello del
nettare del mondo.”
A partire dalle parti narrative dedicate
a Gaitonde come un’autobiografia interna al romanzo, abbiamo discusso
sulla
relazione tra scandalo e narrazione del sé pensando ad una linea
di ricerca che
esplori diversi autori da Sant’Agostino ai contemporanei.
3. Psicoanalisi come scandalo
Per quanto riguarda la parte più
teorica della nostra riflessione, riprendendo il discorso inaugurale,
la stessa
psicoanalisi può essere considerata petra
scandali. Dopo la rivoluzione copernicana e le scoperte
scientifiche di Darwin,
l’indagine dell’inconscio come cuore della teoria freudiana ha portato
a
compimento il percorso di ferita narcisistica inflitta all’uomo, non
più
padrone della sua coscienza.
Scegliendo l’inconscio come luogo
della vera realtà psichica, scegliamo di azzerare le coordinate
spazio-temporali,
all’interno di una logica che procede per generalizzazioni e simmetrie,
che
confonde presente, passato e futuro e le connotazioni spaziali.
L’inconscio è
per definizione astorico e in questo direttamente connesso al mito, in
un
continuo dialogo con la coscienza, come sviluppato da Ignacio
Matte
Blanco nel suo testo sulla bi-logica[2].
In questo senso non vi è una distinzione netta tra
volontarietà e involontarietà,
tra normalità e patologia, tra colpa e innocenza, come
rappresentato dall’eroe
di Sofocle. Questa indistinzione e’ di per sé fonte di scandalo,
come lo è la
stessa costruzione freudiana nel suo portare alla luce aspetti noti ma
indicibili della psiche umana. In questo senso la psicoanalisi puo’
essere
definita perturbante, se pensiamo ad essa a partire
dall’ambiguità semantica del
termine tedesco, unheimlich. La
relazione di reciproca necessità tra unheimlich
e il suo contrario heimlich è la
stessa che lega indissolubilmente coscienza
e inconscio.
Nel saggio di Freud del 1919 si
legge: “ (…) siamo avvertiti che questo termine heimlich
non è univoco, ma appartiene a due cerchie di
rappresentazioni che, senza essere antitetiche, sono tuttavia parecchio
estranee l’una all’altra: quella della familiarità, dell’agio, e
quella del
nascondere, del tenere celato (…). Infatti questo elemento perturbante
non è in
realtà niente di nuovo o di estraneo, ma è invece un che
di familiare alla vita
psichica fin dai tempi antichissimi e ad essa estraniatosi soltanto a
causa del
processo di rimozione”. Lo stesso Edipo con la sua vicenda è di
per sé perturbante.
Rispetto alla teoria letteraria,
ricordiamo soltanto l’uso fondamentale che ne ha fatto Torodov nel suo
saggio
sul fantastico del 1970 [3]
dove l’incertezza tra mondo reale e mondo soprannaturale è di
nuovo
quell’ambiguità che costituisce lo scandalo. Ma lo scandalo
può essere anche
nel metodo di indagine, che sceglie il rischio e l’incertezza davanti
ad una
soluzione definitiva e rassicurante.
4. Conclusioni
Di Costruzioni
in analisi, in cui Freud nel 1937 riflette non solo sul senso ma
anche
sulla validità del proprio lavoro, abbiamo voluto cogliere
un’idea, già
accennata nel saggio, o “romanzo psicoanalitico”, su Leonardo:
dall’inibizione
a concludere dell’artista vista come mancanza si arriva nel ‘37
all’affermazione più generale di un obiettivo non raggiungibile
in modo
definitivo, del valore appunto della costruzione rispetto
all’interpretazione,
che accomuna a un livello profondo analista e studioso di letteratura
(o di
arte): “egli deve indovinare ciò che è stato dimenticato
dalle tracce che ha
lasciato dietro di sé, o, più correttamente, deve costruirlo”. È necessario accettare
l’incompletezza, l’incrinatura
dell’ideale di un’interpretazione esaustiva, dei fenomeni psichici,
dell’inconscio
o dell’opera d’arte, per affermare un principio di fecondità che
apra la strada
a una possibile verità condivisa. Dalla parte finale di Costruzioni in analisi, in cui Freud sottolinea il
contenuto di
verità della follia, ha preso spunto il progetto di ricerca
sulla relazione tra
scandalo e follia in rapporto alla comunità e alla sua
potenzialità di
esclusione: il folle è colui che sovverte la legge e viene
allontanato, come
nel caso di Hamlet.
I partecipanti del seminario Emiliano Cori, Laura Gandolfi, Anna Magdalena Giannetti, Giorgina Pilozzi, Silvia Potì, Maria Adelaide Povia.
