Ho raccontato alcune favole greche in una classe
terza della scuola elementare "Collodi", Bovezzo (BS) nel mese di maggio
2003. Riproduco la traccia del mio racconto, che ha avuto una durata di
circa trenta minuti. Lo stesso tempo hanno avuto gli alunni per disegnare
o scrivere. Per il metodo del racconto e i suoi criteri, si rimanda ai
saggi di A. Gasparini indicati sulla home page di questo sito.
Fino a metà del XIX secolo il termine
'favola' indicava qualunque storia non vera, cioè tutti i racconti
tranne quelli considerati scientifici, quelli della propria religione,
quelli storici. Nel XVI secolo non era una favola quanto si scriveva degli
unicorni, che si consideravano realmente esistenti, né sarebbe stata
definita come favola il miracolo di Gesù Bambino che forma degli
uccellini con l'argilla e poi dà loro vita, per quanto appartenente
ai Vangeli Apocrifi. Non erano favole le storie della Leggenda Aurea
di Jacopo vescovo di Varagine, cioè di Varazze, fra le quali si
può leggere che l'imperatore Nerone ingoiando un girino ebbe uan
specie di gravidanza ala termien della quale partorì una rana. Né
favola era la storia della fondazione di Roma con Romolo, Remo, il padre
divino e la balia lupa.
Credo quindi che in questo contesto chiamare
favole i miti greci sia corretto.
In questa pagina l'estimatore di letteratura
infantile - qui nel senso di testi scritti dai bambini - potrà
trovare tre esempi: il testo di una bambina che si è impegnata come
un
antico amanuense, quello di un bambino che a otto anni rivela una straordinaria
competenza espressiva, e alla fine il testo di una
bambina particolare.
Duemilasettecento anni fa il
greco Esiodo raccontava che in principio nacquero Caos, Gea/Terra, Tartaro/Inferi
sotterranei e il dio dorato dell'amore, il più bello, Eros. Poi
la Terra generò da sola Urano/Cielo, perché
l'abbracciasse tutta, e il Cielo ogni notte scendeva con tutta la volta
stellata e l'abbracciava, e generavano tutti gli esseri viventi.
Ma il Cielo non voleva che venissero
alla luce, e allora li comprimeva in seno alla Terra, e la Terra appesantita
gemeva e soffriva. Allora un giorno chiamò tutti i suoi figli, i
Titani, e chiese loro chi era disposto ad aiutarla a combattere contro
il padre Cielo, che aveva commesso un'azione cattiva. Tutti
restarono
in silenzio, perché avevano paura, tranne il più piccolo,
Crono/Tempo, che disse di non temere il padre e di essere pronto ad
aiutarla. Gea/Terra allora trasse dalle sue viscere il primo metallo, il
durissimo adamante, e con quello formò la prima falce.
Mentre racconto mostro loro sulla lavagna come i greci scrivevano questi nomi, e chiedo se conoscono qualche parola dove sia la terra nata con i greci, Gaia o Gea, e qualche parola con Crono/Tempo: tutti contenti trovano geografia e geometria e cronometro...
Poi, a sera, Gea/Terra istruì Crono/Tempo su quel che doveva fare, lo nascose e gli mise in mano la falce di adamante: quando come ogni sera Urano/Cielo scese ad avvolgere Gaia/Terra, Crono/Tempo alzò la falce e tagliò... cosa?
A questo punto i bambini hanno risposto 'la testa', poi 'la mano', 'il braccio', e io dicevo loro di no, una parte molto importante, ma non quelle... 'il naso!' ha detto un bambino, e io ho detto che si trattava di qualcosa di più basso... 'Ah!' ha fatto un bambino, 'Gli ha tagliato...' Ho detto che sì, proprio quello. Metà della classe, come ha notato l'insegnante, rideva, l'altra metà guardava senza aver capito, finché una bambina ha chiesto a un compagno: "Ma tu hai capito cosa gli ha tagliato?" "Dai! non hai capito? il pisello!" Di nuovo risa, e l'insegnante temeva che sarebbero diventati incontrollabili, invece si sono rapidamente ricomposti e si sono rimessi ad ascoltare.
Con una mano teneva la falce con la quale tagliò il membro di Urano/Cielo, e con l'altra lo gettò in mare, ma prima di cadere in mare alcune gocce di sangue caddero sulle Terra, e da queste nacquero le Erinni e le Ninfe. Quando il membro immortale di Urano/Cielo fu in mare, il mare mai stanco, che si agita e ribolle, il mare lo cullò con le sue onde, e dal membro uscì la spuma del mare, e nella spuma cominciò a crescere una bambina bellissima, cullata dalle onde, e quando fu grande su una conchiglia giunse su un'isola, e visitò quella terra: dove poggiava i piedi nascevano erbe e fiori.
Un bambino dal fondo della classe pieno di meraviglia mi ha chiesto: "Ma tu sei greca?". Siccome ho detto di no mi ha chiesto come si fa a imparare queste storie, e come scrivevano i greci, e ho spiegato loro che le storie si possono leggere in tanti libri diversi, e il greco si studia in uan scuola superiore che si chiama Liceo Classico, dopo le medie e prima dell'Università. Poi una bambina mi ha detto "Io mi chiamo Arianna, è un nome greco..." Così ho raccontato di Arianna:
Arianna era la figlia di Minosse, re di Creta, e sua madre un giorno si era innamorata di un bellissimo Toro, e con lui aveva generato il Minotauro, un mostro mezzo uomo e mezzo toro. Il re perché non facesse danni e per nasconderlo avea fatto costruire il labirinto... Dedalo era l'architetto del labirinto, e perché non potesse rivelarne il segreto a nessuno Minosse ce lo imprigionò insieme al figlio Icaro, ma Dedalo, che era un grande inventore, costruì due paia di ali di cera e piume per sé e per il figlio, raccomandandogli di non salire troppo vicino al sole...
Tutta la narrazione è avvenuta con l'aiuto dei bambini. qualcuno di loro sapeva qualcosa, come il volo di Icaro che muore per essersi avvicinato troppo al sole, o che il Minotauro pretendeva di mangiare dei giovani ogni anno.
Il Minotauro esigeva giovani ateniesi da divorare ogni anno, finché l'eroe Teseo non venne a Creta per sconfiggerlo. Ma non ci sarebbe riuscito senza l'aiuto di Arianna, che gli mise fra le mani un filo prima che entrasse nel labirinto: mentre lei restava all'entrata tenendo in mano il gomitolo con l'altro capo del filo, Teseo combatté e uccise il Minotauro, e poi fuggì con Arianna, ma dopo poco l'abbandonò addormentata su una spiaggia, e Arianna pianse tanto, lontana da casa e sola senza il suo amato. Ma non le andò tanto male, perché dopo un po' arrivò su quella spiaggia il dio dell'ebbrezza, Dioniso/Bacco, e la prese come sua compagna. Aveva perso un eroe, ma aveva conquistato un dio.
Allora bambino mi ha detto che lui sapeva la storia del Ciclope, e così si è raccontata questa storia:.
Omero racconta che Ulisse stesso
raccontò la sua storia con
Polifemo,
quando viaggiando capitò con le sue navi dalle parti dell'isola
dei ciclopi, giganti brutali con un solo occhio in mezzo alla fronte, e
decise di andare a vedere com'erano. Nascose le navi e si avviò
con dodici compagni, i migliori, portando in dono un otre di vino fortissimo
e squisito. Trovarono un antro immenso, che conteneva gli oggetti della
vita dei pastori, e si misero ad aspettare il padrone di quel posto. A
sera il ciclope, che si chiamava Polifemo, tornò con le sue greggi,
le fece entrare e chiuse l'imboccatura della grotta con un masso enorme.
Disse che di tutti i doni e delle belle parole non gli importava nulla,
perché i ciclopi erano forti e vivevano per conto loro abbastanza
da non volerne sapere delle leggi e del dovere dell'ospitalità.
Poi prese due dei compagni di Ulisse, li sbatté contro il muro fracassandogli
il cranio come se fossero uccellini nelle mani di un cacciatore e
li mangiò. La mattina successiva ne mangiò altri due
per colazione e poi andò fuori col suo gregge, chiudendo la caverna
con il masso. Ulisse e i compagni cercarono un modo per salvarsi, Ulisse
avrebbe anche ucciso nel sonno il ciclope, ma poi, chi avrebbe spostato
il masso che chiudeva la caverna? occorreva un'astuzia, e Ulisse era il
più astuto degli eroi, e gli venne in mente un piano, lo rivelò
ai suoi compagni, e li istruì. Poi si misero ad aspettare il ritorno
di Polifemo, e quando venne Ulisse gli offrì l'otre di vino fortissimo,
che i greci bevevano diluito con venti parti di acqua, dicendogli che lui,
forte come un dio, meritava quel dono squisito. Il ciclope non conosceva
leggi e nemmeno sapeva fare il vino, lo bevve puro, e gli piaceva tanto.
A un certo punto chiese a Ulisse come si chiamava, dicendo che voleva fargli
un regalo, e Ulisse rispose
di chiamarsi 'Nessuno'.
"Bene, Nessuno," disse il ciclope, "mi piaci, e per questo ti mangerò
per ultimo!". Bevve tutto il vino, dopo aver mangiato altri due compagni,
poi cadde ubriaco e addormentato, e allora Ulisse e i compagni misero in
atto il piano. Avevano preparato un tronco d'albero facendogli la punta
e indurendola sul fuoco, e lo afferrarono tutti insieme, perché
era grande come l'albero di una grande nave, e poi lo
infilarono nell'occhio del ciclope, girandocelo dentro come un trapano.
Con un urlo tremendo Polifemo
si svegliò, brancolando pazzo di dolore, ma siccome non ci vedeva
non riusciva più a prendere Ulisse e i compagni. Allora uscì
nella notte e si mise a chiamare gli altri ciclopi, che gli chiesero cosa
succedeva, e Polifemo rispose che lo stavano uccidendo. "Chi
ti uccide?" gli chiesero i ciclopi, che non avendo leggi non si interessavano
nemmeno tanto gli uni degli altri, "Nessuno mi uccide!" rispose Polifemo.
E gli altri ciclopi: "Se nessuno ti fa del male, il tuo male viene dagli
dei, e non c'è niente da fare, tornatene a dormire, e lascia dormire
noi".
Al mattino il ciclope dovette
aprire la caverna, perché le sue pecore piangevano, avevano fame
e le lasciò andare a brucare l'erba, perché lui era un pastore:
siccome non voleva far uscire Ulisse e i compagni si mise all'imboccatura
della caverna e tastava tutte le pecore. Ma l'astuto Ulisse aveva trovato
un altro trucco: ciascuno dei suoi compagni si era attaccato al vello di
una pecora o di una capra, sotto la pancia, così, quando Polifemo
le toccava, non si accorgeva che stavano uscendo. Ulisse aveva scelto l'ariete
capobranco, che a causa del peso si spostava lentamente, e uscì
per ultimo. Polifemo riconoscendolo al tatto gli chiese: "Come
mai tu, il mio capobranco, che sei sempre il primo ad uscire, vieni per
ultimo? forse sei triste per la mia disgrazia?".
Quando Ulisse e i compagni furono
fuori dalla caverna si misero a correre verso le navi, e appena si furono
allontanati un po' dall'isola Ulisse gridò al ciclope: "Non
è vero che sono Nessuno! il mio nome è Ulisse, re di
Itaca, eroe della guerra di Troia, padre di Telemaco e sposo della fedele
Penelope! Impara chi sono, babbeo di un ciclope che non rispetti né
le leggi divine né quelle umane!" Allora il ciclope Polifemo prese
un masso e lo lanciò in mare in direzione della voce, ma
non riuscì a colpire la nave. E così Ulisse si salvò
e riprese il suo viaggi.
Dopo molto tempo e molte altre
avventure Ulisse tornò alla sua isola, Itaca, dove lo aspettavano
Penelope e suo figli oTelemaco. Nessuno lo riconobbe, tranne il suo cane,
che era un cucciolo quando era partito, e che fu così felice di
rivedere il padrone che morì dalla gioia: si chiamava Argo, faceva
la guardia ed era fedele, per questo si chiama così l'associazione
per fare la guarda alle case. Poi ci fu la prova dell'arco: molti erano
i pretendenti alla mano di Penelope, ma solo Ulisse poteva superare la
prova di tendere il suo arco e di lanciare una freccia in dodici anelli:
così, vinta la prova, si fece riconoscere e visse felice i suoi
ultimi anni.
Tanto
tanto tempo fa in un isola chiamato Troia viveva un re di nome Ulisse ma
però era anche un pastore; sua moglie si chiamava Penelope e suo
figlio di nome Telemaco. Un giorno Ulisse venne chiamato per fare la guerra,
ma Ulisse non voleva andare in guerra perché non gli importava niente
allora si mise a fare il matto cioè si mise a seminare il sale sulla
spiaggia e ararlo; quando il signore che doveva dirgli di andare in guerra
arrivò Ulisse fece finta di niente e allora il generale andò
a prendere telemaco e lo mise davanti all'aratro e Ulisse fu costretto
a fermarsi e, allora dovette andare in guerra con alcuni suoi compagni
che dovevano partire con lui. Ulisse era il capo; avevano moltissime navi.
Si fermarono in un isola di ciclopi. entrarono in una caverna dove abitava
Polifemo (un ciclope) che sentendo e vedendo Ulisse e i suoi compagni le
venne voglia di mangiarli e di seguito ne prese due li schiacciò
e se li mangiò morsicandoli. Il gigante era un pastore e aveva le
pecore e disse domani sera ne mangerò altri due. Ulisse essendo
molto furbo le diede il vino che al paese di ulisse doveva essere bevuto
insieme a 10 bicchieri di acqua perché il vino era molto forte.
Il gigante non sapendo cosa era il vino lo bevette senza acqua e chiese,
a Ulisse se ne poteva bere ancora e alla fine si ubriacò e si addormentò.
Al mattino il gigante come al solito spostò il masso e andò
a mungere le pecore Ulisse intanto pensò ad un piano.
Alla
sera Ulise prese un grande bastone e anche molto lungo lo mise nel fuoco
per farlo indurire e quando il gigante dormiva glielo ficcarono nel grosso
occhio, e dall'occhio uscì tantissima carne. Il gigante chiamò:
aiuto, aiuto mi stanno derubando allora i giganti giusero alla caverna
e dissero chi ti sta derubando? Nessuno rispose il gigante e gli altri:
ma allora arrangiati! Il gigante anche non vedendoci fece uscire le pecore
perché dovevano essere munte Ulisse i i suoi compagni si misero
sotto alle pecore e Ulisse sotto all'Ariete più grosso e il gigante
le disse all'Ariete perché sei uscito per ultimo che di solito esci
sempre per primo e guidi tutto il gregge?
Il
gigante disse bè per una volta l'ariete uscì e a gambe levate
scapparono anche i suoi compagni e Ulisse urlò: brutto rimbambito
di un gigante io sono il marito di Penelope e il gigante si arrabbio e
lanciò un grosso masso a caso che per poco no colpiva la nave ulisse
si affretto a scappare e nel frattempo divento vecchio quando arrivò
a casa sua mogli non lo riconobbe perché era tutto pidocchioso e
sporco, ma invece il suo cane quando lo vide si mise a scodinzolare e morì
di felicità che il suo padrone era tornato.
Sua
moglie prima aveva organizzato un torneo che chi riusciva ha tirare l'arco
di Ulisse diventava suo marito ma nessuno ci riuscì, ma Ulisse si
perché rimase sempre il più forte.
Qui si tratta di un bambino indubbiamente bravo
anche per i parametri convenzionali, che mette a frutto al sua capacità
fornendoci una versione impeccabile della vicenda narrata da Esiodo all'inizio
della Teogonia. Si osservi come attribuisca a Crono/Tempo il ruolo attanziale,
spostando sia il piano sia l'ideazione dell'adamante dalla madre al figlio,
fadcendoci comprendere come sia edipicamente identificato con il coraggio
e l'astuzia di Crono.
Da notare infine la finalità della creazione,
che non è contenuta nella Teogonia né era presente nel mio
racconto: come i bambini pensano che i genitori si siano sposati per far
nascere loro, così la Terra crea il Cielo non perché l'abbracci
avvolgendola tutta, ma per poter creare nuovi esseri.
Tanto
tempo fa, si creò il CAOS, la TERRA, l’INFERNO ed Eros.
La
TERRA creò, tutto da sola, il CIELO affinche potessero creare nuovi
esseri che vivevano sulla terra.
Nacquero
i TITANI, ma dopo un po’ il CIELO che era invidioso costrinse la TERRA
a tenere gli esseri che avevano creato dentro di lei.
Allora
la TERRA chiamò i suoi figli titani e chiese chi la voleva aiutare.
Nessuno si fece avanti tranne Crono, il più piccolo, che chiese
alla terra di tirare fuori, dalle sue viscere, un metallo potentissimo
di nome Adamante per costruire una falce.
Di
notte CRONO quando il cielo scese si avvicinò e tagliò gli
organi genitali del CIELO che caddero nel mare e formarono la schiuma e
dalla schiuma nacque Venere, la dea dell’amore.
ulisse
papo
tutti i
ciclopi
poi
Bevo
e
si obriaco
e
poi grido
a
alta voce
Ulisse papo tutti i | ciclopi
Nella logica dell'inconscio non vige il principio di asimmetria, per
il quale se A è il padre di B allora B non può essere il
padre di A. Allo stesso modo per la logica di non contraddizione se l'antropofago
è il Ciclope, e i compagni sono il suo cibo, non si può dire
che Ulisse papo - pappò, si mangiò - tutti i ciclopi.
Ma per l'inconscio, ad esempiuo attraverso l'identificazione proiettiva,
la figlia può diventare la madre, fenomeno osservabile anche in
certi vecchi, che chiamano mamma la loro figlia.
Inoltre, in senso figurato la preda diventa il cacciatore, quando Ulisse
con la sua astuzia acceca Polifemo e si beve i suoi compagni ciclopi:
è il cappio di predazione di cui si può leggere nella Teoria
delle catastrofi di René Thom...
Poi bevo || e si obriaco
Anche qui il poi vale come un prima: ciò che in senso logico
appare come una contraddizione può invece essere inteso come un
flash-back.
E poi grido | a alta voce
Qui si descrive l'urlo di Polifemo, oppure quanto grida Ulisse dalla
nave, presentandosi con la sua regale ed eroica identità al Ciclope:
c'è una violenza che si libera, e che libera un grido di trionfo
sul mostro arcaico: sotto la parola ciclopi, cancellato, leggiamo titani.
Forse la bambina voleva usare il passato remoto, ma anziché alla
mancanza dell'accento ci piace osservare che leggiamo un presente, che
attesta il suo coinvolgimento nella favola greca. La bambina, come i suoi
compagni, ha sentito e rinarrato, dando forma a un testo che è una
forma creolizzata tra un sogno notturno e una poesia ermetica.
E ora possiamo goderci il testo della bambina, che quando ho presentato
alla classe la versione collettiva, ringraziando i bambini che avevano
disegnato o scritto, è venuta da me di corsa per dirmi: "Io ti ho
fatto il disegno e anche la poesia!"
